
La lezione di Enrico Mattei
di Christian Russo
La storia di Enrico Mattei non inizia nei palazzi del potere romano o nelle accademie della diplomazia, ma tra le colline marchigiane di Acqualagna e il fumo delle fabbriche di provincia. Figlio di un brigadiere dei Carabinieri, Mattei si formò in un’Italia rurale e laboriosa che gli insegnò presto il valore della concretezza. La sua vera “università” fu la conceria di Matelica, dove entrò giovanissimo come operaio e ne uscì, non ancora ventenne, come direttore tecnico. Qui sviluppò quella sensibilità verso la materia e i processi industriali che lo avrebbe guidato per tutta la vita. Trasferitosi a Milano, fondò una piccola fabbrica di prodotti chimici, la SMAL, dove imparò a gestire il rischio d’impresa e a comprendere quanto la chimica e l’energia fossero i veri motori della modernità. È in questo contesto di “pragmatismo lombardo” e resistenza (fu infatti partigiano della Democrazia cristiana clandestina) che si formò la sua visione del mondo: un intreccio di patriottismo, competenza tecnica e un’insofferenza congenita verso i monopoli stranieri che frenavano lo sviluppo italiano.
L’intuizione che cambiò il destino dell’Italia arrivò nel 1945, in un momento di estrema precarietà. Nominato dal governo Bonomi commissario liquidatore dell’AGIP, un’azienda nata sotto il fascismo e considerata ormai un fallimentare residuato bellico, Mattei ricevette l’ordine perentorio di smantellarla per lasciare campo libero alle importazioni straniere. Ma Mattei, osservando i dati delle prospezioni effettuate dai tecnici nel sottosuolo della Pianura Padana, capì che l’Italia non era povera di risorse ma solo povera di coraggio nel cercarle. Disobbedendo apertamente agli ordini di Roma, decise di continuare segretamente le perforazioni a Caviaga, nel lodigiano. Quando il metano esplose letteralmente dai pozzi, non fu solo una scoperta geologica, ma la nascita di una nuova sovranità nazionale. Mattei comprese in quel momento che il metano poteva essere la “moneta energetica” con cui pagare l’ingresso dell’Italia nel club delle grandi potenze industriali, permettendo al Paese di non dipendere più dal petrolio controllato dai cartelli internazionali.
Per proteggere e valorizzare questo tesoro, Mattei dovette affrontare una guerra silenziosa e spietata contro l’oligopolio mondiale dell’oro nero. Fu lui a coniare l’espressione, ancora oggi riecheggiante, di “Sette Sorelle“, per definire il cartello di compagnie (Exxon, Mobil, Texaco, Socal, Gulf Oil, Shell e BP) che dominavano il mercato globale. Tecnicamente, queste società operavano attraverso il “Red Line Agreement” e un sistema di royalties basato sul modello “fifty-fifty” (50/50), che lasciava ai Paesi produttori una quota minima di profitti e nessuna voce in capitolo sulla gestione delle risorse. Mattei scardinò questo sistema coloniale con un’innovazione contrattuale rivoluzionaria: la cosiddetta “Formula Mattei” o accordo 75/25. Invece di porsi come un acquirente esterno o un dominatore, egli propose ai Paesi produttori, come l’Iran dello Scià o l’Egitto di Nasser, una partnership paritetica. In Algeria offrì persino formazione ai tecnici locali che sarebbero andati a sostituire quelli francesi; questo dimostra la volontà di passare da un mero rapporto economico alla costruzione di un’autonomia del partner. L’ENI (fondato nel 1953) creava società miste dove lo Stato locale partecipava al capitale e ai profitti non più solo come percettore di tasse, ma come azionista industriale. Questo approccio non solo gli permise di ottenere concessioni vantaggiose, ma trasformò l’Italia nel partner privilegiato dei movimenti di decolonizzazione, offrendo un modello di sviluppo basato sul trasferimento di tecnologie e competenze.
La sovranità energetica ricercata da Mattei era un progetto di integrazione verticale che non aveva eguali in Europa. Sotto la sua guida, l’ENI divenne “uno Stato nello Stato”, capace di gestire l’intero ciclo dell’idrocarburo. Dalla ricerca e produzione di greggio e gas (non solo in Italia ma in tutto il bacino del Mediterraneo e nel Golfo Persico), alla costruzione di una rete di metanodotti che correva lungo tutta la penisola sfidando vincoli burocratici e geografici, fino alla creazione di una delle reti di distribuzione più moderne al mondo sotto l’insegna del “Cane a sei zampe”, un simbolo che evocava familiarità e potenza. Non si limitò agli idrocarburi: la sua visione di autonomia era talmente vasta da spingerlo a investire nel nucleare civile, costruendo a Latina la centrale più potente d’Europa, e nella chimica di base attraverso l’ANIC, convinto che ogni molecola estratta dovesse essere trasformata in Italia per generare valore aggiunto e occupazione. Infine, con la sua politica dei prezzi, riuscì a rifornire le fabbriche italiane di energia a basso costo, e questo diede il via al Miracolo Economico di quegli anni, permettendo all’Italia di competere su mercati globali nonostante la cronica carenza di materie prime.
L’epopea di Enrico Mattei si interruppe bruscamente nel cielo di Bascapè il 27 ottobre 1962, in un incidente le cui persistenti ombre di sabotaggio parlano ancora oggi di uno scontro frontale con i poteri forti del petrolio mondiale. Eppure, la sua importanza trascende la cronaca nera: Mattei ha dimostrato che la vera sovranità non risiede necessariamente nel possesso fisico di giacimenti nel proprio territorio, ma nella capacità di dominare le tecnologie, controllare la filiera e tessere una diplomazia industriale coraggiosa e paritaria. La sua lezione più preziosa per il presente è che l’autonomia energetica è un obiettivo raggiungibile anche per un Paese privo di risorse proprie, purché si abbia la forza politica (e la volontà) di investire nell’ingegno e nell’indipendenza strategica, trasformando la scarsità naturale in una spinta propulsiva verso l’innovazione e la libertà nazionale.





