“Difendi, conserva, prega”: il legame dimenticato tra Pier Paolo Pasolini e l’ecologia

A cura di Valentina Osto

Quando si pensa all’ambientalismo italiano, raramente il nome di Pier Paolo Pasolini viene accostato in modo diretto a questo tema. Eppure, è proprio dall’opera del poeta friulano che Nicola Procaccini fa scaturire la conclusione del suo ultimo libro, un saggio che ripercorre la storia dell’ambientalismo politico moderno per proporne una lettura alternativa, radicata non nell’ideologia progressista ma in una sensibilità che l’autore definisce una nuova “ecologia conservatrice”.

“Credo nel progresso, non nello sviluppo”: per il poeta il progresso autentico coincide con il miglioramento reale della condizione umana, mentre lo sviluppo, inteso in senso puramente economico e quantitativo, rischia di tradire quello stesso miglioramento, riducendo l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo produttivo. Pasolini vedeva già allora una frattura tra gli interessi della politica, sempre più assorbita dalla logica dello sviluppo, e quelli reali della comunità, portatrice di bisogni ben diversi.

Il testo su cui si concentra la riflessione conclusiva del libro è Saluto e augurio, l’ultima poesia scritta da Pasolini in lingua friulana, pubblicata nella raccolta La nuova gioventù del 1975, poco prima della morte del poeta. Si tratta di un componimento dal carattere fortemente testamentario, sia dal punto di vista spirituale che politico.

Pasolini non si rivolge ai giovani di sinistra né alla militanza studentesca, che accusa di essersi ormai assimilata al nuovo potere consumistico, ma a un giovane borghese e vagamente fascista, ritratto alto, con gli occhiali, vestito di grigio. È a lui che il poeta affida idealmente un compito di resistenza, legato non a un’ideologia ma ai valori del passato, della terra, della madre.

Al centro della polemica pasoliniana c’è la convinzione che la vera mutazione antropologica del Novecento non sia stata il fascismo storico, ma il consumismo: quest’ultimo, secondo il poeta, ha cancellato le culture contadine e le diversità popolari con un’efficacia distruttiva che il vecchio regime non aveva mai raggiunto. Da qui l’imperativo che chiude idealmente il componimento: “Difendi, conserva, prega!”, rivolto al legame arcaico e corporeo con la madre, simbolo di un’autenticità che la modernità tende ad appiattire.

Il punto su cui insiste Procaccini è che l’ecologia di Pasolini non va intesa nel senso tecnico-scientifico che il termine ha assunto oggi, ma come ecologia politica, culturale e antropologica. In questa prospettiva, la distruzione dell’ambiente coincide con la distruzione del mondo rurale, e il paesaggio agrario diventa l’ultimo elemento di una sacralità minacciata dal neocapitalismo consumistico.

C’è poi una dimensione religiosa, precristiana, nel modo in cui Pasolini descrive il rapporto con la natura: la “confidenza col sole e con la pioggia” viene definita esplicitamente sapienza sacra, e la difesa della terra non ha come unico scopo la salvaguardia delle piante, ma la tutela di ciò che il poeta chiama gli “Dei dei campi”, lo spirito del luogo, che l’uomo moderno avrebbe ormai dimenticato.

Il nesso più radicale che Pasolini stabilisce, e che Procaccini pone a fondamento della propria “ecologia dei conservatori”, è quello tra distruzione ecologica e distruzione umana. Per il poeta, la devastazione del paesaggio italiano non è un effetto collaterale dello sviluppo, ma serve a generare bisogni artificiali funzionali a un consumo fine a sé stesso. In questa lettura, la città diventa il luogo dell’omologazione industriale, mentre la campagna friulana descritta nella poesia rappresenta lo spazio residuo in cui sopravvive ancora la diversità. Difendere la natura contadina significa, per Pasolini, opporsi a un consumismo che l’autore non esita a descrivere come uno sterminio delle culture locali e delle forme di vita biologica e sociale ad esse legate.

Pasolini diventa così una figura chiave per un’ecologia che rifiuta tanto l’ottimismo tecnocratico dello sviluppo illimitato quanto certe derive ideologiche dell’ambientalismo contemporaneo, proponendo invece un ritorno al senso del sacro, alla cura del territorio e al legame con le radici. Saluto e augurio diventa dunque un punto d’incontro tra la nostalgia per un mondo rurale scomparso e un’idea di ecologia che precede le categorie politiche con cui oggi siamo abituati a discuterne.