Il rincaro prezzi colpisce duramente l’Italia

A cura di Valentina Osto

Le conseguenze della crisi climatica ricadono anche sulla produzione di energia elettrica, in particolare in Italia, costretta a staccare alcune centrali a gas raffreddate dal Po a causa dei livelli idrometrici ridotti. Già nell’estate 2022 vi era stata l’imposizione della chiusura di tali centrali raffreddate ad acqua, che porta a una crescita esponenziale del Pun (prezzo unico nazionale) fino a 197 euro al megawattora, che ha raggiunto valori più alti degli ultimi tre anni e mezzo, addirittura superando i prezzi raggiunti nell’apice della crisi energetica con la Russia del gennaio 2023.

Uno degli indicatori più significativi per valutare la pressione sul mercato elettrico italiano è il Clean spark spread, che rappresenta la differenza tra il prezzo medio giornaliero dell’energia e il costo standard medio di produzione di una centrale alimentata a gas. “Questo indicatore”, spiega Giulio Bettanini, esperto del mercato elettrico “viene pubblicato dall’Arera e, alla data del 3 agosto, ha raggiunto i 50,5 euro per megawattora, un livello molto vicino ai massimi storici”.

Se in Italia la situazione resta per il momento sotto controllo, criticità più marcate si stanno registrando in Francia, Ungheria e Romania. In particolare, la Francia, che contribuisce a soddisfare parte del fabbisogno energetico italiano attraverso le proprie esportazioni di elettricità, sta affrontando un rallentamento più consistente della produzione. A causa delle temperature superiori ai 40 gradi, Edf è stata costretta a fermare tre dei 57 reattori nucleari presenti nel Paese, con una conseguente riduzione della capacità produttiva complessiva pari al 15%. L’ondata di caldo persistente ha infatti provocato il surriscaldamento delle acque di alcuni fiumi francesi, compromettendo il funzionamento delle numerose centrali nucleari che utilizzano l’acqua fluviale per i sistemi di raffreddamento.

Anche in Ungheria il caldo e la siccità stanno avendo pesanti ripercussioni sul sistema elettrico. La centrale nucleare di Paks, da cui proviene quasi il 50% dell’elettricità nazionale, è stata completamente fermata a causa della ridotta disponibilità d’acqua del Danubio. La direzione dell’impianto ha comunicato che il livello del principale fiume dell’Europa centro-orientale è sceso fino a circa un terzo della media stagionale. La persistente siccità ha portato il Danubio al minimo storico, rendendo insufficiente la quantità d’acqua necessaria al raffreddamento dei reattori.

La situazione mette a rischio anche le forniture di elettricità ai grandi utenti industriali. Diverse imprese manifatturiere, tra cui Mercedes-Benz Group e Suzuki, hanno annunciato iniziative per ridurre i consumi energetici nei propri stabilimenti ungheresi. Nel caso di Mercedes-Benz Group AG, era già prevista una sospensione della produzione di tre settimane nello stabilimento di Kecskemet, con inizio dalla settimana successiva. L’impianto, situato circa 75 chilometri a sud-est di Budapest, era stato recentemente oggetto di un importante ampliamento della capacità produttiva.

Anche ai cittadini viene chiesto di limitare i consumi elettrici nelle fasce orarie di maggiore domanda, tra le 17 e le 22, evitando, ad esempio, la ricarica delle auto elettriche e l’utilizzo dei condizionatori. Come spiegato da Magyar, in una normale serata estiva il fabbisogno nazionale si attesta intorno ai 6.000 megawatt, ma le elevate temperature determinano un incremento dei consumi di circa il 20%. Per far fronte all’emergenza, il Paese sta facendo ricorso alle riserve elettriche nazionali e sta aumentando le importazioni di energia.

Anche la Romania è alle prese con una situazione critica. Il governo ha proclamato lo stato di emergenza nazionale per l’intero mese di agosto a causa della riduzione della produzione di elettricità.

Il basso livello delle acque del Danubio ha reso necessario lo spegnimento di un reattore della centrale nucleare di Cernavoda, che contribuisce per circa un quinto alla produzione energetica del Paese. Inoltre, è stato realizzato un intervento straordinario mediante un’esplosione controllata per favorire un maggiore afflusso d’acqua e preservare, almeno in parte, l’operatività dell’impianto.

La diminuzione della produzione interna ha inevitabilmente aumentato la dipendenza della Romania dalle importazioni di elettricità. Per questo motivo Bucarest ha avviato negoziati con l’Ucraina e con altri Paesi confinanti per garantirsi forniture energetiche aggiuntive nei momenti di massimo consumo.