
Come il conflitto russo-ucraino ha inciso sull’ambiente: biodiversità e agricoltura vittime della guerra
A cura di Rosario Previtera
Spesso l’assuefazione mediatica al dolore e alle tragedie, dovuta alla visione continua delle vittime e della distruzione derivanti dai conflitti armati, si interrompe stranamente davanti alla sofferenza di un animale, magari in uno zoo abbandonato, o alla perdita di un ecosistema. Gli effetti negativi di una guerra sulla natura e sulla biodiversità si ripercuotono nel breve e nel lungo periodo sul territorio, sull’ambiente, sull’uomo. La guerra in Ucraina, proprio sotto i nostri occhi in quanto nel cuore dell’Europa così come tutte le guerre in atto in Medio Oriente o in Africa, determineranno effetti negativi rispetto al surriscaldamento del pianeta, rispetto all’inquinamento di terra, acqua e aria dovuto ai residui bellici ed alle conseguenze dirette e indirette delle esplosioni, rispetto all’emissione di gas climalteranti, rispetto alla perdita di biodiversità.
A pochi giorni trascorsi dalla “Giornata europea delle vittime della crisi climatica globale” (15 luglio) si riaffaccia con tutta la sua forza il tema quotidiano del surriscaldamento globale parallelamente ai vari ed estenuanti tentativi di “accordi” per provare a mettere fine alle guerre. In particolare la vicina guerra in Ucraina contempla intrinsecamente la distruzione delle città, dei villaggi e dei loro abitanti ma contempla anche la meno visibile distruzione lenta e inesorabile degli ecosistemi forestali, rurali ed acquatici e del “sistema suolo”.
Davanti ai morti e alla sofferenza di intere popolazioni, passano in secondo piano temi importanti come gli Obiettivi di sviluppo sostenibile di Agenda 2030 (che ormai possiamo definire senza tema di smentita Agenda 2050), come la lotta al “climate change” e la decarbonizzazione, come l’economia circolare e le energie rinnovabili se non quando si riaffacciano impetuosamente di fronte alle contestuali crisi e guerre energetiche. Il “green deal” diventa “black” durante un conflitto, così come il “black deal” è diventato “green” durante i lockdown vissuti durante il culmine della pandemia, in quasi tutti i continenti. Basti pensare al paradosso delle megalopoli cinesi o indiane che d’improvviso divennero vivibili e con aria respirabile almeno per qualche mese.
Cicli positivi di breve periodo ma che dimostrano, anche scientificamente, come sia stato e sia l’uomo con le sue emissioni climalteranti a determinare l’aumento delle temperature e l’inquinamento, a dispetto di ogni fazione negazionista e cieca rispetto alla necessità di tutelare e conservare l’ambiente. Ogni guerra, a qualunque latitudine, ha portato indietro l’orologio rispetto ai progressi e alle conquiste per la sostenibilità ambientale.
L’Ucraina, a pace fatta, potrà diventare un laboratorio per comprendere gli effetti nefasti sull’ambiente che si sommano alle grandi problematiche della radioattività, già studiate e ancora presenti: non dimentichiamo che la purtroppo nota centrale atomica del disastro di Chernobyl del 1986 è proprio a nord di Kiev e che altre centrali funzionanti sono presenti nel Paese.
Le trincee scavate irresponsabilmente e inconsapevolmente dai soldati invasori russi e i relativi bombardamenti nei pressi della centrale atomica, hanno causato l’aumento del livello di radioattività nell’aria oltre a causare vittime militari da radiazioni dirette; vittime delle quali si saprà poco almeno fin quando il conflitto sarà in corso.
L’Ucraina è stato il grande granaio per l’Europa ma è anche un fornitore di altri prodotti agricoli come girasole e colza, patate e latte, nonostante si abbia a che fare con un’agricoltura poco razionale, molto frammentata e in alcuni casi di sussistenza, soprattutto nei numerosi villaggi rurali posti lungo le grandi distese coltivate e non, verso oriente.
Al di là dei residui di radioattività, ormai circoscritti, si sarebbe potuta profilare per l’Ucraina, definibile europea, una buona razionalizzazione ed un progresso per il settore primario, basato su commodities(cereali in genere, colture oleaginosee e proteaginose, ortofrutta) e altre produzioni agricole di fatto ancora per gran parte “genuine” e potenzialmente “bio” su un vasto territorio pianeggiante e fertilissimo. Gli effetti del conflitto certamente determineranno grandi problematiche e ritardi in tal senso non indifferenti.
Innanzitutto si dovranno valutare le emissioni di sostanze tossiche, di particolato e di gas climalteranti derivanti dalle esplosioni, grandi e piccole, di edifici, di mezzi di trasporto e militari, di depositi vari e di industrie, di depositi e aree di stoccaggio di armamenti e soprattutto di carburanti e petrolio. Sostanze chimiche e tossiche in genere che oltre ad ammorbare l’aria, con il ciclo delle acque ricadranno sul suolo incrementando il livello di inquinamento.
A questo occorre aggiungere l’inquinamento di fiumi e di falde acquifere dovute soprattutto agli sversamenti di sostanze tossiche e di carburanti da parte delle milizie periodicamente in ritirata. Ma possiamo immaginare anche il mancato funzionamento dei sistemi di depurazione nelle città martoriate dai bombardamenti. Migliaia sono stati gli incendi delle foreste che determinano innalzamento delle temperature e determinano inoltre la perdita di interi ecosistemi e quindi di biodiversità vegetale e animale. L’Ucraina conservava il 35% della biodiversità del continente, 70.000 specie di flora e di fauna acquatica e terrestre, migliaia di ettari di aree protette e ad alto livello di biodiversità e 923 specie a rischio di estinzione.
Se consideriamo gli animali selvatici di cui l’Ucraina è ricca, essi saranno state certamente vittime delle migliaia di esplosioni, mine antiuomo, munizioni inesplose presenti su tutto il territorio ucraino, compreso quello boschivo. Le UXO (unexploded ordnance) ovvero gli ordigni inesplosi, per l’Ucraina risultano essere un grande problema sin dal 2014. Tali ordigni, al di là del potenziale esplosivo micidiale, causano gravi forme di inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria dovute alle loro componenti chimiche e ai metalli pesanti che ne costituiscono l’involucro. Si pensi che ancora oggi molti Paesi occidentali pagano lo scotto dei residui bellici della Seconda guerra mondiale in termini di contaminazione del suolo e relative aree inutilizzabili e classificate come “zone rosse”.
E non possiamo sottacere quanto accade e accadrà negli specchi d’acqua del Mar Nero e del Mar d’Azov antistanti le coste ucraine: all’inquinamento dovuto alle fitte operazioni della marina militare si aggiungeranno per anni gli effetti negativi sulla qualità delle acque e sulla biodiversità dell’ecosistema acquatico dovuto alla presenza di mine navali e di ordigni bellici inesplosi. A rischio sono gran parte di mammiferi marini e i cetacei (come alcune specie di delfini già a rischio estinzione) oltre che la ittiofauna e la flora marina autoctone.
E non crediamo verosimile, che possano vigere ed essere considerati attualmente risolutivi i numerosi accordi internazionali e i programmi multilaterali di salvaguardia della biodiversità attivi al momento.
Dal punto di vista zootecnico infine, risulta che migliaia di capi di bestiame, ovvero intere mandrie e greggi siano andate distrutte a causa dell’impossibilità del loro nutrimento da parte degli allevatori o a causa della distruzione delle aziende e delle stalle da parte di attacchi militari di vario tipo.
Anche la ricostruzione e il ripristino dei fattori ambientali principali, del sistema agricolo e della ruralità, dovranno essere tenute in conto necessariamente nell’ambito del processo di ricostruzione dell’Ucraina. E alla luce dell’eventuale ingresso di Kiev in Europa, il concetto di laboratorio bio-ecologico diffuso sul territorio può assumere un valore importante. Non solo in termini di analisi e ricerca sull’impatto ambientale della guerra, ma anche in termini di recupero innovativo della biodiversità.
La menzione è alle colture resilienti, al loro grande apporto nutritivo e antiossidante e alle piante selvatiche edibili (Wild Edible Plants) da intendersi come vegetali “tampone” per la sicurezza alimentare in quanto tolleranti a condizioni climatiche e chimiche estreme: piante resistenti a ombra perenne, al freddo, alla siccità post-catastrofe, alla riduzione delle escursioni termiche e quindi al fabbisogno in caldo e fabbisogno in freddo di ogni vegetale.
Non si tratta più, purtroppo, di ipotesi da scenari cosiddetti “distopici”, ma del più vasto campo del “prepping” ovvero della predisposizione alle condizioni di adattamento in caso di situazioni ambientali catastrofiche in genere come le epidemie, i fenomeni climatici estremi, le guerre e le guerre nucleari. In ogni caso, trattasi di ipotesi di ricerca oltre che di sviluppo e sperimentazione certamente utili ed efficaci e da tenere in grande considerazione programmatoria sin da subito. Per l’Ucraina e per l’Europa tutta.





