
Rovesciare il dogma europeo dell’agrovoltaico
A cura di Francesco Carbone
Lo stop totale alle importazioni di gas russo entro il 2027, le tensioni con alcuni Stati membri e le immediate ripercussioni sui mercati internazionali non rappresentano una strategia di lungo periodo, ma l’ennesima dimostrazione di una transizione pensata più per soddisfare dogmi ambientali che per difendere i popoli europei.
È il copione già visto delle solite follie green dell’Unione Europea, dove l’ideologia prende il posto del realismo e il risultato è sempre lo stesso: energia più cara, imprese più deboli, famiglie più esposte.
In questo quadro si inserisce anche il tentativo, sempre più evidente, di spingere dall’alto l’agrivoltaico come soluzione obbligata, trasformandolo da strumento potenzialmente utile a simbolo di un ambientalismo burocratico che guarda i territori come semplici superfici da sfruttare.
L’agricoltura italiana che è storia, identità, lavoro e presidio del territorio, viene così ridotta a una variabile tecnica, sacrificabile sull’altare dei target europei, dimenticando che senza una produzione agricola forte non esiste né sicurezza alimentare né sovranità nazionale.
Questa impostazione rivela tutta la distanza tra un’Europa sempre più astratta e le esigenze reali delle nazioni, che invece avrebbero bisogno di gradualità, pluralità tecnologica e rispetto delle proprie specificità produttive.
In un contesto internazionale segnato da instabilità geopolitica e competizione energetica, continuare a sostituire una dipendenza con un’altra, senza garantire continuità e affidabilità degli approvvigionamenti, significa indebolire l’Europa e colpire in primo luogo le sue economie più manifatturiere, come quella italiana.
Ed è proprio qui che emerge una differenza politica netta, che merita di essere rivendicata: la proroga disposta dal GSE al 9 marzo 2026 per la presentazione della Garanzia Incondizionata legata ai contratti Energy Release 2.0 non è un atto amministrativo neutro, ma il frutto di una precisa scelta di indirizzo del Governo guidato da Giorgia Meloni, che ha rimesso al centro l’interesse nazionale e la difesa del sistema produttivo.
In un’Europa che impone, l’Italia guidata da Meloni governa; in un contesto dominato da slogan green, il Governo italiano sceglie il pragmatismo; mentre Bruxelles predica sacrifici, Roma costruisce strumenti concreti per proteggere le imprese energivore e garantire competitività.
Come già ricordato in un precedente articolo su queste colonne, Energy Release 2.0 rappresenta una leva industriale reale, non una promessa ideologica, perché consente alle aziende di affrontare la volatilità dei mercati energetici con maggiore stabilità e programmazione.
È questo il cuore di una visione autenticamente sovranista dell’energia: transizione sì, ma senza suicidi industriali, sostenibilità sì, ma compatibile con il lavoro, l’impresa e l’interesse nazionale.
L’agrivoltaico può essere una scelta quando nasce dal basso e rispetta i territori, ma diventa una minaccia quando viene imposto come dogma dall’alto, simbolo di un’Europa che pretende di rifondare l’economia reale senza conoscerla.
La linea tracciata dal Governo Meloni va invece nella direzione opposta: difendere l’Italia mentre si cambia modello, perché una nazione che perde la propria base produttiva perde anche la propria libertà.





