La ombre sulla transizione verde di Pechino

A cura di Giacomo Galli

Per anni l’Europa ha raccontato la transizione ecologica soprattutto come una questione ambientale. Ridurre le emissioni, aumentare la produzione da fonti rinnovabili, elettrificare i consumi e raggiungere gli obiettivi climatici. Oggi la partita è cambiata, la transizione ecologica è entrata in piena regola nello scacchiere geopolitico.

Perché sia così è di facile intuizione, molte delle tecnologie necessarie per costruire l’economia europea a basse emissioni provengono da catene del valore nelle quali la Cina ha acquisito una posizione dominante.

È in questo scenario che si inserisce il dibattito apertosi in Italia sull’accesso agli incentivi per le tecnologie della transizione energetica. Da una parte vi è l’esigenza delle imprese di poter acquistare prodotti competitivi e contenere i costi degli investimenti; dall’altra quella, sempre più avvertita a Bruxelles, di evitare che le risorse destinate alla decarbonizzazione finiscano per consolidare nuove dipendenze industriali.

È un argomento economicamente comprensibile. Ma osservato da una prospettiva più ampia nasconde una domanda che ci accompagnerà per anni a venire, chi controllerà le tecnologie sulle quali funzionerà l’economia europea dei prossimi decenni?

La questione non riguarda soltanto il fotovoltaico. Batterie, veicoli elettrici, inverter, componentistica energetica e numerose tecnologie necessarie alla decarbonizzazione sono ormai inserite in catene del valore nelle quali la Cina occupa una posizione dominante. Il rischio è quindi che l’Europa riesca a ridurre una dipendenza strategica, quella dai combustibili fossili, costruendone contemporaneamente un’altra.

Dalla dipendenza energetica alla dipendenza tecnologica

La guerra in Ucraina ha mostrato all’Europa quanto possa essere costoso ignorare per anni le implicazioni geopolitiche delle proprie dipendenze economiche. Il gas russo era conveniente, abbondante e facilmente disponibile. Per molto tempo queste caratteristiche sono state considerate sufficienti a giustificare una crescente integrazione energetica con Mosca.

Sarebbe naturalmente semplicistico equiparare la Russia dei combustibili fossili alla Cina delle tecnologie verdi. Le relazioni economiche, politiche e industriali sono profondamente differenti. C’è però una lezione di fondo che continua a rimanere valida, ossia che il prezzo più basso nel breve periodo non coincide necessariamente con il costo minore nel lungo periodo.

È su questa consapevolezza che, negli ultimi anni, l’Unione europea ha progressivamente elaborato la propria strategia di de-risking. Non si tratta di una cesura dei rapporti economici con la Cina, né tantomeno un’improbabile forma di autarchia continentale, ma il tentativo di ridurre quelle dipendenze che, quando investono settori nevralgici, possono trasformarsi da semplici interdipendenze commerciali in autentiche vulnerabilità strategiche.                          La strategia, dunque, punta a preservare un margine di autonomia in quelle filiere che concorrono a determinare la capacità produttiva, tecnologica ed energetica del continente, evitando che la ricerca dell’efficienza nel breve periodo produca forme di dipendenza difficilmente reversibili nel lungo termine.

È un equilibrio tutt’altro che semplice. L’apertura commerciale, che per decenni ha costituito uno dei presupposti della prosperità europea, deve oggi confrontarsi con un sistema internazionale nel quale la geografia della produzione è tornata a essere anche geografia del potere. La concentrazione di tecnologie, capacità manifatturiere e materie prime non rappresenta più soltanto un dato economico ma può tradursi in capacità di influenza, condizionamento (soft power ma neanche tanto soft)  e, nelle circostanze più critiche, coercizione.

È lungo questa linea di frattura che la politica climatica cessa di essere soltanto politica ambientale e incontra la politica industriale, fino a diventare parte integrante della più ampia riflessione europea sull’autonomia strategica.

Il paradosso degli incentivi pubblici

Il nodo italiano riguarda soprattutto l’utilizzo delle risorse pubbliche destinate alla transizione energetica.

Nel 2026 il sistema di sostegno agli investimenti è stato ridefinito attraverso il nuovo Piano Transizione 5.0 basato sull’iperammortamento, che sostiene sia gli investimenti in beni tecnologicamente avanzati sia quelli destinati all’autoproduzione di energia rinnovabile. Nel fotovoltaico il tema dell’origine dei componenti assume però un significato particolare. Le regole italiane continuano infatti a prevedere specifici requisiti legati alla produzione europea per determinate categorie di moduli incentivabili. Questo punto, in particolare, è stato fonte di crescente dibattitoLa posizione favorevole a una maggiore apertura parte da un dato difficilmente contestabie che i prodotti cinesi siano spesso più economici. Se l’obiettivo prioritario è installare il maggior numero possibile di impianti nel minor tempo possibile, limitarne l’accesso significa potenzialmente aumentare i costi della transizione.

Ma il problema cambia completamente se si modifica il quesito.

Il punto è comprendere se gli incentivi pubblici devono semplicemente consentire alle imprese di acquistare la tecnologia meno costosa disponibile sul mercato oppure devono anche contribuire alla costruzione di una capacità industriale europea.

Nel primo caso la provenienza del prodotto diventa secondaria.

Nel secondo diventa centrale. Utilizzare denaro pubblico europeo per generare domanda che viene soddisfatta quasi esclusivamente attraverso importazioni provenienti da un Paese già dominante nella filiera rischia che il risultato sia di finanziare la transizione europea rafforzando contemporaneamente la dipendenza industriale europea.

La pressione sul dibattito italiano

Nel dibattito pubblico italiano sta crescendo una pressione favorevole all’allentamento dei requisiti europei, sostenuta attraverso interventi sulla stampa, associazioni di categoria e opinion maker che sottolineano soprattutto l’impatto economico delle restrizioni.Bisogna tuttavia evitare una semplificazione opposta e altrettanto pericolosa. Non ogni posizione favorevole all’accesso delle tecnologie cinesi è necessariamente il risultato dell’influenza di Pechino. Esistono interessi perfettamente legittimi delle imprese italiane, che vogliono ridurre i costi degli investimenti e acquistare tecnologie competitive. Attribuire automaticamente queste posizioni a un’operazione di influenza straniera significherebbe confondere il lobbying con l’ingerenza.

Il punto interessante è un altro.

La capacità di influenza economica della Cina non passa necessariamente attraverso una pressione politica esplicita. Può derivare dalla stessa struttura del mercato. Quando un Paese conquista una posizione dominante in una filiera, migliaia di operatori economici dei Paesi importatori sviluppano naturalmente un interesse a preservare l’accesso a quei prodotti.

L’influenza diventa quindi più sofisticata, non occorre necessariamente convincere qualcuno a difendere gli interessi cinesi, perché può essere il funzionamento stesso delle catene del valore a creare soggetti europei i cui interessi economici coincidono, almeno temporaneamente, con quelli dei produttori cinesi.

È una forma di potere che si misura non più attraverso ambasciate, attività istituzionali o relazioni politiche, bensì,attraverso quote di mercato, prezzi, forniture e dipendenze.

Il caso del fotovoltaico

Il settore fotovoltaico rappresenta forse l’esempio più evidente.

La Cina ha costruito negli anni una posizione straordinariamente forte nella produzione mondiale di pannelli e componenti, grazie a economie di scala, investimenti, integrazione delle filiere e politiche industriali estremamente aggressive.                                       L’Europa si trova così nella paradossale situazione di voler aumentare rapidamente la propria capacità rinnovabile, ma per farlo dipende in misura considerevole da tecnologie prodotte fuori dal continente.

Occorre dire che l’Italia possiede tuttavia uno dei tentativi più importanti di invertire questa tendenza: la Gigafactory 3Sun di Catania. Il progetto ha ricevuto un sostegno finanziario notevole italiano ed europeo con l’obiettivo esplicito di contribuire alla ricostruzione della filiera fotovoltaica continentale. L’espansione dell’impianto è stata sostenuta anche attraverso un pacchetto finanziario da 560 milioni di euro che coinvolge la Banca europea per gli investimenti e istituti italiani, mentre il progetto originario ha beneficiato del sostegno dell’Innovation Fund europeo.

Il significato politico dell’investimento è creare capacità industriale europea in un settore nel quale quella capacità è stata progressivamente e colpevolmente perduta.

Emerge però una contraddizione di fondo. Infatti, da una parte l’Europa investe centinaia di milioni per ricostruire una propria industria fotovoltaica. Dall’altra, se gli incentivi alla domanda finiscono prevalentemente per favorire prodotti importati più economici, quella stessa industria deve competere contro un ecosistema produttivo che gode di una scala enormemente superiore.

Una politica industriale coerente non può finanziare contemporaneamente il reshoring dell’offerta e incentivare senza alcuna considerazione strategica la domanda verso i concorrenti esterni.

Non ci sono soltanto i pannelli

Il problema diventa ancora più delicato quando dalle componenti passive si passa a quelle connesse.                                                     Un pannello fotovoltaico e un inverter non presentano infatti gli stessi rischi. Gli inverter sono dispositivi essenziali per trasformare l’energia prodotta dagli impianti e integrarla nella rete elettrica, ma i modelli moderni sono anche dispositivi digitali, connessi e aggiornabili da remoto.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 la Cina rappresentava circa l’80% della capacità produttiva mondiale di inverter destinati agli impianti fotovoltaici e ai sistemi di accumulo. L’Europa rappresentava circa l’8%. La Commissione europea ha inoltre evidenziato come una quota molto elevata degli inverter installati nel continente provenga da fornitori cinesi e come l’accesso remoto a questi dispositivi introduca una nuova dimensione di rischio.

Questo non significa che Pechino controlli la rete elettrica europea. Non esistono elementi che consentano di sostenere automaticamente che la presenza di componenti cinesi equivalga a un accesso del governo cinese alle infrastrutture energetiche occidentali. Il punto, ancora una volta, riguarda il rischio.

Una rete elettrica sempre più decentralizzata, digitalizzata e composta da milioni di dispositivi connessi amplia inevitabilmente la superficie di attacco. Software, firmware, aggiornamenti da remoto e concentrazione dei fornitori diventano quindi elementi della sicurezza energetica tanto quanto centrali, elettrodotti e gasdotti. L’energia del XXI secolo è anche informatica, e questo significa che la politica energetica non può più essere separata dalla cybersecurity.

L’errore europeo degli ultimi vent’anni

Il vero problema è che l’Europa arriva a questa competizione con almeno un decennio di ritardo.

Per molto tempo Bruxelles ha immaginato la globalizzazione come un processo nel quale l’efficienza economica avrebbe progressivamente ridotto l’importanza della provenienza geografica della produzione. Se una tecnologia poteva essere acquistata altrove a un prezzo inferiore, non esisteva una ragione economica immediata per produrla internamente.

La Cina ha seguito una filosofia differente.

Pechino ha utilizzato il mercato globale non soltanto come spazio commerciale, ma come strumento per costruire capacità nazionale. Ha investito nelle filiere considerate strategiche, sostenuto i propri campioni industriali e accettato costi enormi pur di conquistare quote di mercato e leadership tecnologica.

Il risultato è che oggi, proprio mentre l’Occidente accelera la decarbonizzazione, molte delle tecnologie necessarie per realizzarla vengono prodotte dall’altra parte del continente eurasiatico.

L’Europa ha quindi scoperto tardivamente che la politica industriale non era scomparsa, semplicemente erano altri a praticarla.

Il precedente dell’automotive

Il precedente dell’automotive, da questo punto di vista, dovrebbe servire da avvertimento. Per anni le grandi case automobilistiche europee, e in particolare quelle tedesche, hanno guardato alla Cina come a una straordinaria opportunità. Un mercato enorme nel quale vendere le proprie vetture e, allo stesso tempo, una piattaforma produttiva capace di garantire costi competitivi. Era una relazione conveniente e, almeno per una lunga fase, sembrava esserlo soprattutto per l’industria europea.

Nel frattempo, però, Pechino percorreva una strada diversa. Mentre i costruttori europei consolidavano la propria presenza sul mercato cinese, la Cina investiva massicciamente nella mobilità elettrica, nelle batterie e nelle tecnologie che avrebbero progressivamente ridefinito il settore. Quello che inizialmente appariva come un mercato di sbocco è diventato così anche il luogo nel quale stavano crescendo i futuri concorrenti dell’industria europea.

Oggi quella trasformazione è difficile da ignorare. I produttori cinesi non competono più soltanto grazie a prezzi inferiori, ma hanno colmato (e in alcuni ambiti superato) il divario tecnologico, costruendo una posizione particolarmente forte nelle batterie, nel software e nell’integrazione verticale. Non sorprende, allora, che la quota combinata dei marchi tedeschi sul mercato automobilistico cinese sia passata dal 24% del 2019 a circa il 15% nel 2024.

Sarebbe però troppo semplice leggere la crisi dell’automotive europeo soltanto attraverso la lente della concorrenza cinese. Pesano ritardi tecnologici, scelte industriali discutibili, un quadro regolatorio europeo non sempre lineare e una domanda che nel frattempo è profondamente cambiata. Eppure, proprio per questo, il precedente resta interessante, in quanto, mostra quanto rapidamente come possa mutare la natura di un rapporto economico. Il partner che ieri offriva costi di produzione più bassi e un mercato pressoché inesauribile può diventare, nel giro di pochi anni, il concorrente meglio attrezzato per conquistare quello stesso settore. Non è una ragione per rinunciare agli scambi con la Cina, ma certamente una ragione per interrogarsi su quali capacità industriali l’Europa possa permettersi di perdere.

Nel fotovoltaico questo passaggio, in larga misura, è già avvenuto. In altri comparti della green economy rischiamo di assistervi proprio adesso.

Il De-risking non può essere autarchia

La risposta europea, tuttavia, non può essere quella di costruire una fortezza economica. Tentare di produrre integralmente in Europa ogni pannello, batteria, componente elettronico o materia prima sarebbe probabilmente impossibile e certamente costosissimo.

L’autonomia strategica non coincide con l’autarchia. Una strategia credibile dovrebbe piuttosto distinguere tra dipendenza e interdipendenza. La seconda è fisiologica in un’economia globale, la prima diventa problematica quando non esistono alternative realistiche.

È quindi necessario individuare le tecnologie realmente strategiche, diversificare i fornitori, mantenere capacità produttive minime all’interno dell’Unione e costruire partnership con Paesi affidabili.

Soprattutto, bisogna accettare una realtà politicamente scomoda: la resilienza ha un costo.

Produrre in Europa può essere più caro. Diversificare una catena di approvvigionamento può essere meno efficiente. Imporre standard di sicurezza può rallentare un investimento. Tuttavia anche dipendere ha un costo. Semplicemente, quel costo spesso diventa visibile soltanto quando è troppo tardi.

La vera domanda per l’Italia

La pressione sulle regole italiane relative alle tecnologie verdi dovrebbe quindi essere letta all’interno di un dibattito molto più ampio.

Non si tratta di essere favorevoli o contrari alla Cina. Pechino continuerà a essere uno dei principali partner commerciali dell’Europa e possiede capacità industriali e tecnologiche con le quali sarà necessario confrontarsi. Pensare di escludere le imprese cinesi dall’economia europea sarebbe irrealistico. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che la competizione industriale sia politicamente neutrale.

Gli Stati Uniti lo hanno compreso da tempo. La Cina non lo ha mai dimenticato. L’Europa sta iniziando a comprenderlo soltanto adesso.

Per l’Italia la questione è ancora più importante perché il Paese possiede una base manifatturiera che rappresenta uno dei suoi principali asset strategici. Difendere quella capacità vuole dire creare le condizioni affinché almeno una parte delle tecnologie che definiranno il prossimo ciclo industriale continui a essere progettata e prodotta nel nostro Paese e nel continente europeo.

In fondo, è proprio qui che si misura una delle contraddizioni della transizione europea. Vogliamo procedere rapidamente verso un’economia più sostenibile, ma dobbiamo ancora decidere quale spazio intendiamo conservare nella produzione delle tecnologie che renderanno possibile questo cambiamento. La questione cinese, allora, non può essere ridotta alla convenienza di un pannello solare o al costo di una batteria. Riguarda una scelta più ampia sul futuro industriale dell’Europa e sulla capacità del continente di non trovarsi, tra qualche anno, nella condizione di dipendere dall’esterno proprio nei settori sui quali ha deciso di costruire il proprio sviluppo.

Questo non significa rinunciare alla Cina, né immaginare un’Europa autosufficiente e chiusa agli scambi. Significa però riconoscere che alcune decisioni economiche producono conseguenze che vanno ben oltre il loro rendimento immediato. Dopo quanto accaduto negli ultimi anni sul fronte energetico, sarebbe difficile sostenere di non averlo imparato.

La transizione verde sarà inevitabilmente anche una trasformazione industriale. La vera sfida, per l’Italia e per l’Europa, sarà fare in modo di non esserne soltanto consumatori.