
La frontiera libica tra geopolitica ed energia: il ruolo dell’Italia
A cura di Giacomo Galli
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche di Zawiya e l’uccisione di un alto ufficiale vicino ad Haftar mostrano la crescente fragilità degli equilibri libici. Mentre Tripoli e Bengasi restano formalmente contrapposte, Turchia, Russia, Stati Uniti e potenze regionali ridisegnano le proprie relazioni. Sullo sfondo, il tentativo di arrivare a un governo unitario e alle elezioni del 2027. Per l’Italia, ciò che accade sull’altra sponda del Mediterraneo resta una questione strategica.
A quindici anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, parlare della Libia come di un Paese semplicemente diviso tra due blocchi contrapposti rischia di non essere più sufficiente. La frattura tra Tripolitania e Cirenaica rimane, così come rimangono due centri di potere: da una parte il Governo di Unità Nazionale di Abdul Hamid Dbeibah, insediato a Tripoli e riconosciuto dalla comunità internazionale; dall’altra l’apparato politico-militare della Cirenaica, formalmente rappresentato dal governo di Osama Hammad ma sostanzialmente imperniato sulla famiglia Haftar. Seppur la divisione sembri ormai granitica, qualcosa si muove.
Gli avvenimenti delle ultime settimane sono indicativi. A Zawiya, una delle città strategicamente più importanti della Tripolitania, una serie di attacchi con droni ha colpito infrastrutture energetiche, compresa la più importante raffineria operativa della Libia. Uno dei raid ha provocato il collasso di un serbatoio contenente milioni di litri di carburante, mentre altri hanno interessato la centrale elettrica e ulteriori infrastrutture. La National Oil Corporation è stata costretta ad elevare il livello di emergenza.
Quasi contemporaneamente, dall’altra parte del Paese, un’autobomba ha ucciso a Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, alto ufficiale dell’intelligence militare e uomo vicino a Khalifa Haftar. Anche in questo caso non è arrivata una rivendicazione.
Due episodi differenti e geograficamente lontani, che però raccontano di un equilibrio, quello libico, che rimane molto più fragile di quanto la sostanziale assenza di una nuova guerra civile su larga scala dal cessate il fuoco del 2020 possa far pensare.
La stabilità apparente della Libia
La Libia contemporanea vive infatti all’interno di un paradosso. Non è più il Paese della guerra aperta del decennio scorso, ma non è neppure uno Stato realmente riunificato.
A Tripoli governa Dbeibah, alla guida dell’esecutivo nato nel 2021 con il compito originariamente transitorio di condurre il Paese alle elezioni. Quelle elezioni, previste per dicembre dello stesso anno, non si sono mai tenute. Da allora la transizione è diventata, di fatto, permanente.
A Bengasi e Tobruk esiste invece un sistema politico parallelo, sostenuto militarmente dalle forze riconducibili a Khalifa Haftar. La divisione non riguarda soltanto le istituzioni: riguarda il territorio, le forze armate, le milizie e soprattutto la distribuzione del potere economico.
Alcune istituzioni fondamentali, tuttavia, continuano a funzionare come strutture nazionali. È il caso soprattutto della National Oil Corporation e della Banca Centrale. È proprio questa architettura ibrida ad aver consentito alla Libia di sopravvivere alla propria divisione.
Nel 2026 è arrivato persino un segnale apparentemente incoraggiante, le due amministrazioni rivali sono riuscite ad accordarsi su un bilancio nazionale unificato, il primo dal 2013.
Tuttavia, proprio qui emerge un problema rilevante, il fatto che la Libia abbia imparato a gestire la propria divisione più che a superarla.
Il risultato è uno Stato nel quale le rendite petrolifere possono continuare a circolare mentre il monopolio della forza resta frammentato; nel quale gli interlocutori internazionali riconoscono formalmente Tripoli ma dialogano inevitabilmente anche con Bengasi; nel quale le istituzioni nazionali convivono con strutture militari, familiari e territoriali che rispondono a logiche autonome. Zawiya rappresenta forse l’esempio più evidente di questa contraddizione.
Formalmente la città ricade nell’area controllata dal governo di Tripoli. Nella realtà, il territorio è attraversato da milizie e gruppi armati che possiedono propri interessi economici e proprie reti di potere. Gli scontri degli ultimi mesi hanno coinvolto, tra gli altri, gruppi riconducibili a Mohamed Bahroun, detto al-Far, e altre formazioni locali.
Il governo esiste, dunque, ma non necessariamente governa tutto ciò che formalmente controlla.
Il petrolio rimane il cuore del potere
Per comprendere perché quanto accade a Zawiya sia molto più importante di una semplice disputa tra milizie occorre guardare alla geografia energetica libica.
La raffineria di Zawiya può lavorare circa 120 mila barili al giorno e riceve greggio proveniente anche dai grandi giacimenti meridionali. Tra questi figurano Sharara ed El Feel, quest’ultimo legato alla joint venture Mellitah tra la National Oil Corporation ed Eni.
Una parte decisiva delle infrastrutture e delle istituzioni che consentono di commercializzare il petrolio si trova nell’area occidentale, mentre vaste zone produttive e territoriali del Sud e dell’Est ricadono nella sfera d’influenza delle forze legate ad Haftar. In altre parole, nessuna delle due Libie può davvero fare a meno dell’altra.
Il petrolio è contemporaneamente ciò che tiene insieme il Paese e ciò che alimenta la competizione per controllarlo. È la principale fonte di ricchezza nazionale, lo strumento attraverso il quale vengono finanziate reti clientelari e apparati pubblici e, inevitabilmente, una leva politica nei rapporti tra Est e Ovest.
Inevitabilmente, dunque, colpire l’energia significa intervenire sul sistema circolatorio dello Stato libico. E per l’Italia il problema è tutt’altro che distante.
Nel primo semestre del 2026, secondo i dati riportati dalla stampa italiana, circa il 45% delle esportazioni petrolifere libiche è stato diretto verso il nostro Paese. Nei primi quattro mesi dell’anno la Libia sarebbe stata addirittura il primo fornitore italiano di greggio.
La stabilità libica, dunque, è un interesse primario nazionale italiano.
Haftar non guarda più soltanto a Est
Per molti anni la geopolitica libica poteva essere rappresentata attraverso schieramenti relativamente leggibili. La Turchia sosteneva il governo di Tripoli; Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia erano, con modalità differenti, interlocutori privilegiati della Cirenaica. L’Europa manteneva il riconoscimento del governo occidentale mentre cercava, spesso con difficoltà, di costruire rapporti anche con l’Est. Quella geometria oggi è molto meno rigida ed il caso più evidente è Ankara.
La Turchia, che nel 2019-2020 ebbe un ruolo determinante nell’impedire alle forze di Khalifa Haftar di conquistare Tripoli, ha progressivamente aperto un canale sempre più strutturato anche con Bengasi. Nel luglio scorso il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha incontrato ad Ankara Saddam Haftar, figlio del feldmaresciallo e figura ormai centrale nell’apparato militare della Cirenaica. La cooperazione tra Ankara e l’Est libico si sta progressivamente estendendo anche sul piano militare.
Questo non significa che la Turchia abbia abbandonato Tripoli. Bensì può essere visto come un tentativo di Ankara di diventare un interlocutore indispensabile per entrambe le Libie.
È una strategia pragmatica. Se il futuro del Paese passerà prima o poi attraverso un compromesso tra Est e Ovest, essere presenti su entrambi i tavoli significa aumentare enormemente la propria capacità di influenza sul futuro assetto libico.
Anche perché la posta in gioco non riguarda soltanto la Libia. Riguarda gli equilibri energetici del Mediterraneo, le rotte migratorie, gli accordi marittimi, la sicurezza del Nord Africa e l’accesso economico alla futura ricostruzione.
La Libia non è quindi soltanto teatro della competizione tra attori locali. È diventata uno spazio nel quale potenze regionali e globali sperimentano forme di cooperazione e competizione contemporaneamente.
In quest’ottica Russia e Turchia ne sono l’esempio più evidente, ma anche Egitto, Emirati, Stati Uniti e Paesi europei stanno adattando le proprie strategie.
Il fattore Haftar e il problema della successione
il futuro del sistema costruito da Khalifa Haftar è una questione che è destinata a diventare sempre più delicata.
Infatti, il feldmaresciallo ha ormai ottant’anni e negli ultimi anni il peso dei suoi figli all’interno dell’architettura politica, militare ed economica della Cirenaica è cresciuto notevolmente. Saddam Haftar è diventato uno dei principali protagonisti della dimensione militare e delle relazioni internazionali dell’Est. Elseddik Haftar, figlio maggiore del feldmaresciallo, ha invece rilanciato pubblicamente l’ipotesi di un governo tecnico unificato di transizione che conduca il Paese verso elezioni presidenziali e parlamentari nella primavera del 2027.
La proposta merita attenzione non tanto perché rappresenti già una soluzione condivisa (a tutti gli effetti non lo è), bensì perché mostra come anche nell’Est libico si stia ragionando sul superamento dell’attuale assetto.
Secondo Elseddik Haftar, il percorso dovrebbe passare attraverso un esecutivo transitorio unitario, incaricato di preparare il voto. È anche una critica diretta alla situazione di Tripoli: il governo Dbeibah dispone del riconoscimento internazionale, sostiene Haftar, ma rimane condizionato dalla presenza delle milizie.
Naturalmente sarebbe ingenuo interpretare queste dichiarazioni esclusivamente come un’improvvisa conversione democratica della famiglia Haftar. Esse vanno interpretate piuttosto in un quadro strategico più complesso.
Le elezioni rappresentano uno strumento di competizione politica. Chi controlla oggi una porzione significativa del territorio, dispone di un apparato militare organizzato e ha progressivamente costruito rapporti con attori internazionali differenti potrebbe considerare un processo elettorale nazionale non necessariamente una minaccia, ma un’opportunità.
Sarà questo uno degli elementi da monitorare nei prossimi mesi
Verso il 2027: unificazione o nuova rottura?
La diplomazia internazionale continua nel frattempo a cercare una via d’uscita. La roadmap sostenuta dalle Nazioni Unite punta alla definizione di un quadro elettorale praticabile, all’unificazione delle istituzioni e alla creazione delle condizioni necessarie per elezioni presidenziali e legislative.
Il problema libico, tuttavia, non è mai stato soltanto organizzare le elezioni, riguarda stabilire chi controlli il processo che conduce alle elezioni e cosa accada il giorno successivo.
Infatti, le consultazioni previste nel dicembre 2021 fallirono proprio perché nessuno dei principali attori era disposto ad accettare un processo del quale non potesse controllare almeno in parte l’esito. Il rischio è sostanzialmente che la stessa dinamica possa ripetersi.
Seppure alcuni elementi sono cambiati e la crescente apertura tra Est e Ovest lascia ben sperare, la domanda è se questa fase condurrà a una progressiva riunificazione oppure semplicemente a una diversa spartizione del potere.
L’Italia non può permettersi di osservare
In tutto questo, Roma dispone di una ragione in più per evitare una politica libica puramente reattiva.
Pochissimi dossier di politica estera toccano contemporaneamente così tanti interessi italiani come quello libico che vede coinvolto sicurezza energetica, Mediterraneo, immigrazione, stabilità del Nord Africa, presenza delle potenze straniere e interessi industriali.
La Libia è inoltre uno dei casi nei quali geografia e politica coincidono in maniera quasi perfetta. Per Ankara, Mosca o Washington il Paese rappresenta un’importante area di proiezione strategica. Per l’Italia, invece, è parte del proprio immediato spazio geopolitico.
Questo implica mantenere il rapporto con Tripoli senza trasformarlo in esclusività diplomatica e, contemporaneamente, consolidare il dialogo con Bengasi senza legittimare una nuova divisione permanente del Paese.
Ed è precisamente ciò che altri attori stanno già facendo.
La Turchia ha compreso che il futuro della Libia potrebbe non appartenere interamente né a Tripoli né a Bengasi e sta costruendo rapporti con entrambe. La Russia conserva strumenti di influenza nell’Est e nel più ampio spazio africano. Gli Stati Uniti sono tornati a mostrare un maggiore interesse diplomatico e securitario, mentre Egitto ed Emirati continuano a considerare la Cirenaica parte fondamentale della propria architettura regionale.
L’Italia, almeno sulla carta, possiede qualcosa che molti di questi attori non hanno, ovvero una combinazione di prossimità geografica, legami economici, presenza energetica e rapporti storici che rende la stabilità libica direttamente collegata alla propria sicurezza nazionale.
Il punto è, dunque, contribuire affinché la scelta Tra Bengasi e Tripoli diventi progressivamente meno necessaria.
Il 2027 potrebbe offrire una nuova finestra per interrompere il ciclo dell’instabilità. Oppure potrebbe diventare l’ennesima data aggiunta alla lunga lista delle transizioni mancate.
Molto dipenderà dai libici. Ma anche dalla capacità degli attori esterni di decidere se utilizzare la propria influenza per accompagnare un compromesso o continuare a considerare la frammentazione del Paese uno strumento utile ai propri interessi.
Per l’Italia, attendere semplicemente di scoprire quale delle due strade prevarrà sarebbe probabilmente la scelta peggiore. Perché a quindici anni dalla caduta di Gheddafi una cosa dovrebbe ormai essere plateale: ciò che accade in Libia non rimane mai soltanto in Libia.





