
Come la geopolitica entra nelle nostre bollette
A cura di Francesco Carbone
Basta una nuova tensione nello Stretto di Hormuz per ricordarci quanto la nostra economia continui a dipendere da decisioni prese a migliaia di chilometri dai nostri confini.
Le tensioni che coinvolgono Stati Uniti, Iran e Oman rappresentano certamente una questione geopolitica complessa. Ma per l’Italia e per l’Europa pongono soprattutto una domanda molto più concreta: quanto siamo realmente padroni della nostra politica energetica? La risposta, purtroppo, è ancora negativa.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati dell’intero sistema energetico mondiale. Secondo la U.S. Energy Information Administration, attraverso questo passaggio è transitato negli ultimi anni circa un quinto del petrolio consumato globalmente e oltre il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto.
Significa che una crisi militare, un blocco della navigazione o anche soltanto l’aumento della percezione del rischio possono trasformarsi rapidamente in tensioni sui mercati energetici.
E alla fine il conto arriva anche da noi.
La geopolitica entra nelle nostre bollette
L’eventuale aggravarsi della crisi nell’area dell’Oman potrebbe provocare nuove pressioni sui prezzi del petrolio e del gas. Diversi studi dichiarano che nello scenario più grave, il petrolio potrebbe arrivare sopra i 130 dollari al barile. Ma il punto politico non è stabilire oggi se il petrolio arriverà precisamente a quella cifra.
Il problema è che continuiamo ad avere un sistema nel quale una crisi internazionale può tradursi rapidamente in maggiori costi per famiglie e imprese europee. Lo abbiamo già visto troppe volte.
Cambiano gli attori, cambiano gli scenari e cambiano le aree di crisi, ma il risultato rischia di essere sempre lo stesso: aumentano le tensioni internazionali, aumentano i prezzi delle materie prime energetiche e l’Europa torna a interrogarsi sulla propria vulnerabilità. Non possiamo continuare a considerare tutto questo come una fatalità.
L’energia è politica industriale
Per un Paese manifatturiero come l’Italia, l’energia non può essere affrontata esclusivamente come una questione ambientale.
È politica industriale, sicurezza nazionale e competitività. Un’impresa che deve programmare investimenti per i prossimi dieci o vent’anni ha bisogno di sapere non soltanto quanta energia avrà a disposizione, ma soprattutto a quale livello di stabilità dei prezzi potrà accedere. Se il costo dell’energia continua invece a dipendere eccessivamente dalle oscillazioni delle materie prime internazionali, dalle rotte commerciali e dalle crisi geopolitiche, perdiamo competitività prima ancora che sui mercati.
Per questo parlare di sovranità energetica non significa immaginare un’Italia autarchica o completamente isolata dai mercati internazionali. Significa costruire un sistema sufficientemente forte e diversificato da non essere ostaggio di una singola fonte, di un singolo fornitore o di una singola rotta commerciale.
Rinnovabili, nucleare e produzione nazionale
La risposta deve quindi essere pragmatica. Dobbiamo continuare a sviluppare le fonti rinnovabili, potenziare le reti, gli accumuli e le infrastrutture necessarie alla loro integrazione. Ma dobbiamo contemporaneamente avere il coraggio di completare il nostro mix energetico con fonti programmabili, stabili e a basse emissioni.
Ed è qui che ritorna inevitabilmente il tema del nucleare di nuova generazione. Non come contrapposizione ideologica alle rinnovabili, ma come loro complemento all’interno di un sistema energetico moderno.
Un Paese industrializzato non può affidare la propria sicurezza energetica a una sola tecnologia. Servono diversificazione, capacità produttiva nazionale, infrastrutture e una quota crescente di energia programmabile che possa contribuire alla stabilità del sistema e dei prezzi.
È questa la prospettiva con cui dovremmo affrontare anche il dibattito italiano sul ritorno all’atomo: non una battaglia nostalgica tra favorevoli e contrari al nucleare, ma una questione strategica che riguarda l’autonomia futura della nostra economia.
La sovranità energetica è sovranità nazionale
L’Europa ha già pagato duramente la propria dipendenza energetica. Eppure ogni nuova crisi internazionale sembra costringerci a riscoprire la stessa lezione. Oggi è lo Stretto di Hormuz. Domani potrebbe essere un’altra rotta, un altro produttore o un’altra crisi internazionale.
Non possiamo sapere dove nascerà la prossima tensione geopolitica. Possiamo però decidere quanto vogliamo esserne vulnerabili. Ed è questa la vera scelta politica.
Per troppo tempo abbiamo discusso di energia quasi esclusivamente attraverso la lente della transizione ecologica. Quella transizione rimane necessaria, ma deve essere accompagnata da una seconda parola altrettanto importante: sovranità.
Perché una Nazione che non controlla almeno una parte significativa dell’energia necessaria alla propria economia rimane inevitabilmente esposta alle decisioni degli altri.
La sovranità energetica non significa chiudersi al mondo. Significa poter stare nel mondo senza esserne ostaggio ed è esattamente questa la politica energetica di cui l’Italia avrà bisogno nei prossimi decenni.





