Difendersi dal sole: implicazioni sociali e mediche del cambiamento climatico

A cura di Dóra Darvas

Nell’era del cambiamento climatico e dell’intensificarsi delle radiazioni UV, la protezione solare non è più una questione estetica, ma uno strumento indispensabile nella lotta contro il cancro della pelle. Allo stesso tempo, le nostre abitudini acquisite e il senso di sicurezza sono ancora guidati da fraintendimenti che spesso lasciano la nostra pelle senza protezione durante le ore più pericolose. Inoltre, la mancanza di una selezione consapevole dei prodotti e di una corretta applicazione non solo mette a rischio la salute umana, ma minaccia anche i fragili ecosistemi delle acque globali.

Come funziona il fattore di protezione solare (SPF)?

Stiamo vivendo letteralmente gli effetti del riscaldamento globale e del cambiamento climatico sulla nostra pelle. In queste condizioni climatiche alterate, l’intensità delle radiazioni ultraviolette (UV) è aumentata in modo evidente, rendendo una protezione solare efficace una parte essenziale della prevenzione sanitaria moderna. Decenni di ricerche scientifiche dimostrano che l’uso regolare delle creme solari è uno strumento sicuro ed efficace per prevenire il melanoma e altri tipi di cancro della pelle. Nonostante ciò, persistono ancora idee sbagliate tra i consumatori su come questi prodotti funzionino realmente.

Molte persone pensano che un prodotto SPF 50 offra un livello di protezione significativamente più alto rispetto a un prodotto SPF 20 o 30. Tuttavia, questo approccio è scientificamente errato, poiché la relazione tra il Fattore di Protezione Solare (SPF) e la radiazione UVB che filtra non è lineare. Una crema solare SPF 15 assorbe o riflette circa il 93% dei raggi UVB, un SPF 30 filtra circa il 97%, mentre un prodotto SPF 50 blocca quasi il 98% delle radiazioni. Da un punto di vista scientifico, quindi, la differenza tra SPF 30 e SPF 50 in termini di proporzione di raggi filtrati è di appena l’1%. Un numero di fattore più alto non significa potere protettivo moltiplicato proporzionalmente; riduce solo minimamente la quantità di radiazioni che raggiungono la pelle.

Per questo motivo, le autorità regolatorie farmaceutiche rigorose, come la TGA, non permettono nemmeno l’uso del termine “crema solare” sui prodotti, poiché implica una protezione completa, mentre nessuna crema è in grado di fermare il 100% delle radiazioni UV. Quella che il linguaggio quotidiano chiama ancora crema solare è professionalmente conosciuta come una crema solare fisica (minerale). Sebbene la credenza popolare suggerisca che questi filtri minerali agiscano solo come uno scudo fisico che riflette i raggi solari, a differenza dei filtri chimici che li assorbono, la scienza moderna dimostra il contrario. Studi recenti hanno dimostrato che le creme solari minerali assorbono in realtà la stragrande maggioranza delle radiazioni UV, proprio come le loro controparti chimiche, riflettendo solo una percentuale molto piccola.

Un’altra fonte di fraintendimento è interpretare il numero fattore semplicemente come la quantità di tempo che si può trascorrere in sicurezza al sole. Secondo questa teoria, il SPF indica quante volte è passato il tempo trascorso prima che la scottatura possa essere estesa. In realtà, tuttavia, il SPF non è legato solo al tempo, ma alla quantità di radiazioni che raggiungono la pelle.

L ‘intensità delle radiazioni, invece, cambia costantemente: 15 minuti sotto il sole cocente di mezzogiorno, ad esempio, possono esporre la nostra pelle esattamente alla stessa quantità di UV di un’intera ora al mattino presto. Pertanto, un numero SPF più alto non è uno scudo impenetrabile che dura per un tempo fisso, ma un punto di riferimento. La chiave della nostra sicurezza continua a risiedere nell’applicazione generosa di questi prodotti e nella loro regolare riapplicazione ogni due ore a causa della sudorazione o del nuoto.

Esiste però un altro tipo di radiazione, l’UVA, che ha una lunghezza d’onda più lunga, permettendo di penetrare attraverso nuvole e vetri senza ostacoli. I raggi UVA non causano scottature solari immediate e visibili, ma penetrano in profondità nel derma della pelle, dove distruggono le fibre di collagene – accelerando l’invecchiamento cutaneo – e danneggiano indirettamente la struttura del DNA delle cellule. Pertanto, per una fotoprotezione scientificamente fondata, è essenziale che il prodotto scelto abbia una classificazione “Broad Spectrum” insieme a un alto SPF, garantito da un logo UVA cerchiato sulle confezioni europee e dalla designazione PA++++ sul mercato internazionale.

Dalle vette elevate ai rischi per la salute

La storia della protezione solare si sviluppò dalla graduale stratificazione della scienza  di osservazione e quella sperimentale, mentre la percezione degli effetti fisiologici della luce solare subì una trasformazione radicale. Sebbene antiche civiltà, come quella egizia, utilizzassero già estratti vegetali come crusca di riso o olio di gelsomino, le fondamenta dell’approccio scientifico risalgono ai primi anni del XIX secolo.

La nascita delle moderne creme solari applicate in ambito e la standardizzazione del SPF sono legate al nome dell’ingegnere chimico svizzero Franz Greiter. Greiter iniziò a sperimentare formule filtranti UV dopo aver subito una grave scottatura solare durante la scalata della cima del Piz Buin nel 1938. Come risultato del suo lavoro, sviluppò e lanciò la prima crema solare moderna, la Gletscher Crème (Crema per il ghiaccio), nel 1946, e in seguito chiamò il suo marchio Piz Buin in onore della montagna. Quasi due decenni dopo, nel 1962, Greiter introdusse il concetto di SPF per fornire una risposta quantificabile su quanto tempo gli atleti esposti alla luce solare intensa e ad alta quota potessero trascorrere in sicurezza al sole. Dal punto di vista odierno, questo primo prodotto storicamente significativo aveva un indice di protezione minimo di soli SPF 2.

In questo periodo, la scottatura era ancora considerata solo un inconveniente temporaneo, e l’abbronzatura era vista come simbolo di vitalità e salute. Tuttavia, lo sviluppo della biologia molecolare e dell’oncologia ha rivelato che le radiazioni ultraviolette danneggiano la struttura del DNA delle cellule sia direttamente che indirettamente. Oggi, il numero di casi di cancro della pelle, inclusi melanoma e tumori non melanomatici, sta aumentando drasticamente a livello globale. La ricerca clinica dimostra chiaramente la natura cumulativa di questi effetti dannosi: episodi ripetuti di scottature solari, in particolare durante l’infanzia e l’adolescenza, sono associati a un rischio sostanzialmente aumentato a vita di melanoma e altre forme di cancro della pelle.

Stiamo avvelenando la natura con ciò che usiamo per proteggerci?

Sebbene l’uso della crema solare sia essenziale per prevenire il cancro della pelle, i suoi ingredienti si riversano nell’acqua e avvelenono gli ecosistemi marini e d’acqua dolce. Con la crescita globale del turismo, si stima che ogni anno tra 6.000 e 14.000 tonnellate di crema solare si rilasci i bagnanti negli ambienti delle barriere coralline, rappresentando un grave rischio ecotossicologico.

La questione ha scatenato seri dibattiti legali e scientifici: le Hawaii, ad esempio, hanno vietato le creme solari contenenti i principi attivi ossibenzone e ottinoxato, poiché questi composti hanno dimostrato di rallentare la crescita dei coralli e aggravare lo sbiancamento dei coralli. Secondo alcuni ricercatori, l’accumulo localizzato di sostanze chimiche in alcune aree danneggia le barriere ancora più di quanto faccia il cambiamento climatico. Al contrario, i rappresentanti della dermatologia clinica raccomandano cautela, affermando che non esistono ancora studi su larga scala sufficienti per dichiarare in modo definitivo un legame dimostrabile tra le creme solari e i danni ambientali.

Anche la percezione dei prodotti commercializzati come alternative verdi è complessa. Ricerche di un ecologo marino hanno evidenziato che i prodotti etichettati come compatibili con le barriere coralline o biodegradabili sul mercato spesso non presentano test specifici sugli organismi marini.

Attualmente la scienza sta lavorando a soluzioni tecnologiche più sostenibili. L’obiettivo degli ultimi sviluppi sulle creme solari è sostituire le sostanze chimiche tradizionali dannose per la vita marina con alternative ecologiche. I ricercatori stanno lavorando su soluzioni naturali e innovative come una crema solare adatta alle barriere coralline fatta con polline di fiori di camelia, microsfere di lignina derivate dalla polpa di legno o particelle cave che riflettono il 98% della luce UV senza lasciare una sfumatura bianca. Inoltre, l’intelligenza artificiale generativa viene già utilizzata per progettare molecole completamente nuove ed ecologiche per una protezione sicura della pelle.