Il nucleare non è solo una questione di costi: è una scelta di politica industriale

Di Francesco Carbone

L’audizione svoltasi in Senato nell’ambito dell’esame del disegno di legge delega sul ritorno dell’energia nucleare sostenibile ha riportato al centro del dibattito un tema destinato ad accompagnare l’Italia nei prossimi decenni. Da una parte il premio Nobel Giorgio Parisi, che ha evidenziato le criticità economiche legate alla realizzazione delle nuove centrali; dall’altra il mondo dell’industria, che vede negli Small Modular Reactors (SMR) una leva strategica per restituire competitività al sistema produttivo nazionale.

È un confronto importante, che arricchisce il dibattito pubblico. Ma rischia di essere incompleto se viene affrontato considerando esclusivamente il costo di produzione di un chilowattora.

Quando uno Stato definisce la propria politica energetica, infatti, non sceglie semplicemente la tecnologia più economica nel breve periodo. Valuta un insieme molto più ampio di fattori: la sicurezza degli approvvigionamenti, la stabilità dei prezzi, la continuità della produzione, la resilienza del sistema elettrico e l’autonomia strategica del Paese.

L’Italia conosce bene cosa significhi dipendere dall’estero. La crisi energetica del 2022 ha dimostrato come eventi geopolitici lontani possano tradursi, nel giro di poche settimane, in bollette insostenibili per famiglie e imprese. Una lezione che non può essere dimenticata.

È vero: oggi alcune fonti rinnovabili presentano costi di produzione particolarmente competitivi. Ma è altrettanto vero che sole e vento, per loro natura, non garantiscono una produzione continua e programmabile. Proprio per questo motivo, tutti i principali scenari energetici internazionali prevedono che le rinnovabili siano affiancate da fonti capaci di assicurare energia ventiquattro ore su ventiquattro. Gli SMR non vengono proposti per sostituire le rinnovabili, ma per integrarle, consentendo una graduale riduzione della dipendenza dal gas naturale.

Ridurre il confronto tra nucleare e fotovoltaico al solo costo del megawattora significa osservare il problema con una lente troppo stretta. Una politica energetica nazionale deve domandarsi quale mix consentirà all’Italia di affrontare le sfide dei prossimi cinquant’anni, non soltanto quale tecnologia produca energia al prezzo più basso oggi.

La questione assume un valore ancora maggiore se si osserva ciò che sta accadendo nel mondo. *L’intelligenza artificiale, i data center, l’elettrificazione dei trasporti e dei processi industriali stanno determinando una crescita della domanda di energia elettrica senza precedenti. Le grandi aziende tecnologiche stanno investendo miliardi nei Paesi in grado di garantire energia abbondante, stabile e prevedibile nel lungo periodo. Non è un caso che molti di questi investimenti si stiano concentrando in Stati che hanno scelto di puntare anche sul nucleare.

In questo scenario, rinunciare a priori al nucleare significherebbe accettare che una parte crescente della competitività industriale europea si sposti altrove.

Il Governo Meloni sta affrontando una delle sfide più complesse della politica industriale italiana degli ultimi decenni. Lo fa sapendo che i benefici di queste scelte non produrranno consenso immediato, perché richiedono tempi lunghi, ingenti investimenti e una visione che va ben oltre l’orizzonte di una legislatura. È probabilmente proprio questo l’aspetto che distingue una politica di visione da una politica orientata esclusivamente al breve termine.

Naturalmente il confronto scientifico deve continuare. Le valutazioni economiche, ambientali e tecnologiche rappresentano un contributo prezioso e devono essere ascoltate con rispetto. Tuttavia, la decisione finale non può limitarsi ad una comparazione di costi. È una scelta strategica che riguarda il futuro produttivo, industriale e geopolitico dell’Italia.

Oggi parlare di nucleare significa parlare di sovranità energetica. E parlare di sovranità energetica significa parlare, inevitabilmente, di sovranità nazionale. Un Paese che non è in grado di garantire ai propri cittadini e alle proprie imprese un’energia stabile, competitiva e sicura è un Paese che affida una parte della propria libertà economica e politica alle decisioni altrui.

È in questa prospettiva che si inseriscono le grandi strategie del Governo, dal Piano Mattei alla costruzione di una nuova politica energetica nazionale: non semplici interventi di settore, ma *una visione dell’Italia come protagonista nel Mediterraneo, capace di rafforzare la propria indipendenza strategica e di tornare ad essere una grande nazione industriale.*

La domanda, dunque, non è soltanto quanto costi costruire una centrale nucleare.

La vera domanda è quanto continuerà a costare all’Italia non averne una.