L’emergenza climatica e gli effetti sulla biodiversità

A cura di Valentina Osto

Il surriscaldamento ambientale è una minaccia concretizzatasi negli ultimi anni in modo chiaro agli occhi di tutti. La trasformazione che sta imprimendo sulla biodiversità, e le ricadute che questa ha sulla vita quotidiana, sono una realtà ormai innegabile che richiede attenzione immediata.

Tra tutti gli ecosistemi, quelli marini rappresentano oggi uno degli indicatori più evidenti della rapidità con cui il cambiamento climatico sta trasformando la biodiversità: questi assorbono la quota più consistente del calore in eccesso generato dai cambiamenti climatici ed è per questo che il mare rappresenta il primo, vero fronte della crisi della biodiversità. Le ondate di calore marino, sempre più frequenti e intense, provocano cambiamenti bruschi negli ecosistemi costieri che fungono da habitat per innumerevoli specie (barriere coralline, foreste di alghe, praterie di fanerogame marine). È da qui, dall’acqua più che dalla terraferma, che conviene partire per capire quanto in fretta il riscaldamento globale stia ridisegnando la vita sul pianeta.

Il cambiamento climatico non agisce sulla biodiversità in modo unico e omogeneo, ma attraverso canali diversi che si sommano tra loro.

Il primo è lo spostamento degli areali: molte specie, per sopravvivere, si spostano verso i poli o verso quote più elevate, inseguendo le condizioni climatiche a cui sono adattate, ma questo meccanismo funziona solo finché esiste altrove uno spazio compatibile con le esigenze della specie, fino all’esaurimento delle opzioni di fuga verso luoghi più adatti.

Il secondo è il disallineamento fenologico, ossia il fatto che il riscaldamento altera i tempi biologici, come la fioritura delle piante o la migrazione degli uccelli, spesso in modo non sincronizzato. Quando un impollinatore arriva in un momento in cui la pianta che dovrebbe visitare ha già fiorito, l’intera relazione ecologica si spezza.

Il terzo canale sono gli eventi estremi come ondate di calore, incendi, siccità prolungate, che agiscono come shock acuti, capaci di decimare intere popolazioni in tempi brevissimi, senza lasciare margine di adattamento. La preoccupazione maggiore legata a questi fenomeni è la loro frequenza: negli ultimi decenni si è registrata un’intensificazione di queste calamità, sia in termini di intensità che di ricorrenza, che riduce ulteriormente il tempo a disposizione degli ecosistemi per riprendersi tra un evento e l’altro.

Infine, c’è l’acidificazione delle acque: oltre al calore, gli oceani assorbono anche una parte crescente di CO2 atmosferica, che ne altera la chimica. L’effetto combinato di riscaldamento e acidificazione sta modificando le catene alimentari marine a partire dalla loro base.

Gli effetti descritti trovano riscontro in numerosi casi concreti, che mostrano come la crisi della biodiversità sia già in corso e destinata ad aggravarsi nei prossimi decenni.

Le barriere coralline sono tra gli ecosistemi più sensibili in assoluto: bastano pochi gradi di scarto rispetto alle temperature medie storiche per innescare lo sbiancamento, un processo in cui i coralli espellono le alghe simbionti da cui dipendono per nutrirsi. Se lo stress persiste, la colonia muore. Le barriere coralline ospitano circa un quarto di tutta la biodiversità marina, pur occupando meno dell’1% dei fondali oceanici.

Nell’Artico, il riscaldamento procede a una velocità quasi quattro volte superiore alla media globale. Il ritiro dei ghiacci marini sta compromettendo l’habitat di caccia degli orsi polari, ma l’impatto va oltre la specie simbolo: intere reti trofiche legate al ghiaccio marino, dal plancton ai mammiferi marini, stanno mutando struttura.

Sulle montagne tropicali, molte specie vivono già a ridosso della cima. Con l’innalzamento delle temperature, non hanno più altitudine verso cui risalire: è il fenomeno noto come mountaintop extinction, l’estinzione per esaurimento dello spazio disponibile.

La perdita di specie non è solo una questione etica: la biodiversità sostiene servizi ecosistemici da cui dipendiamo direttamente. L’impollinazione riguarda gran parte delle colture alimentari mondiali; le foreste e gli oceani regolano il clima assorbendo CO2; gli ecosistemi intatti offrono resilienza contro eventi estremi, dalle alluvioni all’erosione costiera.

Qui si innesca un meccanismo particolarmente preoccupante: la crisi climatica e la crisi della biodiversità si alimentano a vicenda. Foreste degradate assorbono meno carbonio, il che accelera il riscaldamento, che a sua volta indebolisce ulteriormente gli ecosistemi. Gli scienziati parlano di possibili tipping point, punti di non ritorno oltre i quali un ecosistema collassa in una configurazione radicalmente diversa, spesso irreversibile su scale temporali umane.

Le strategie di risposta esistono e sono già in parte applicate: corridoi ecologici che permettono alle specie di spostarsi tra aree protette, restauro di habitat degradati, ampliamento delle zone marine protette, selezione di varietà agricole più resilienti. Nessuna di queste misure, da sola, risolve il problema, ma insieme possono ridurre la velocità e la portata della perdita di biodiversità, offrendo agli ecosistemi il tempo per adattarsi.

Le ondate di calore marino che hanno colpito ripetutamente la Grande Barriera Corallina negli ultimi anni non si sono fermate: nuovi episodi si sono verificati anche di recente. Ma proprio quei coralli, in alcune aree, mostrano segnali di recupero parziale dove le condizioni locali sono state protette. È forse questo l’indizio più utile, che la biodiversità non è già persa, ma il tempo per agire concretamente si sta restringendo.