L’approccio conservatore al sistema ETS

di Kevin Guarino
Difendere l’ambiente senza distruggere l’economia reale: è questa la sfida che la destra italiana deve avere il coraggio di raccogliere. Per troppo tempo l’ambientalismo europeo è stato ostaggio di un approccio ideologico, costruito nei palazzi di Bruxelles senza considerare le conseguenze concrete su famiglie, lavoratori e imprese. Oggi però qualcosa sta cambiando, e l’Italia può diventare il laboratorio di un ambientalismo pragmatico, nazionale e produttivo.
La trattativa aperta dal governo sul sistema ETS va esattamente in questa direzione. Nessuno nega la necessità di ridurre le emissioni e investire nella transizione ecologica. Ma trasformare la sostenibilità in una tassa permanente sulla produzione industriale significa indebolire l’Europa e regalare competitività a Cina e Stati Uniti, che continuano a produrre a costi più bassi.
Non è un caso che negli ultimi mesi il fronte conservatore europeo abbia iniziato a chiedere con forza una revisione delle politiche ambientali più ideologiche del Green Deal. La discussione sul cosiddetto pacchetto Omnibus nasce proprio da questa esigenza: semplificare regole, ridurre la burocrazia e correggere gli eccessi normativi che stanno soffocando imprese, agricoltura e produzione europea.
Il cuore del pacchetto riguarda soprattutto la revisione degli obblighi legati alla rendicontazione ESG, alla sostenibilità aziendale e alla due diligence ambientale introdotta negli ultimi anni dall’Unione europea. Migliaia di aziende, soprattutto piccole e medie imprese, rischiano infatti di essere sommerse da costi amministrativi, certificazioni e procedure sempre più complesse. La critica conservatrice non è contro la sostenibilità in sé, ma contro un modello che rischia di favorire soltanto le grandi multinazionali capaci di sostenere questi costi burocratici, penalizzando invece il tessuto produttivo reale dell’Europa.
Negli ultimi anni Bruxelles ha moltiplicato obblighi, vincoli e procedure legate alla sostenibilità, spesso imponendo costi enormi soprattutto alle piccole e medie imprese. Il rischio è evidente: mentre l’Europa aumenta le regole, altri grandi attori globali continuano a produrre senza gli stessi standard ambientali. Il risultato è una progressiva deindustrializzazione europea che non migliora realmente l’ambiente, ma sposta semplicemente produzione e inquinamento fuori dai confini dell’Unione. È qui che la battaglia conservatrice assume un significato politico più profondo. Difendere industria, agricoltura e lavoro non significa negare il cambiamento climatico, ma evitare che la transizione ecologica si trasformi in un suicidio economico e strategico per l’Europa.
Un ambientalismo serio non può ignorare il principio di realtà. Se il costo dell’energia esplode, chiudono le fabbriche. Se chiudono le fabbriche, aumenta la dipendenza dall’estero. E se aumenta la dipendenza energetica e industriale, uno Stato perde sovranità. La difesa dell’ambiente passa anche dalla difesa dell’interesse nazionale.
È qui che torna centrale il tema del nucleare. Per anni è stato trattato come un tabù ideologico, mentre gran parte delle grandi economie europee continuava a utilizzarlo per garantire energia pulita e stabile. Oggi, invece, il nucleare di nuova generazione rappresenta una delle poche soluzioni capaci di coniugare basse emissioni, continuità produttiva e indipendenza energetica. Pensare di affrontare la transizione soltanto con eolico e fotovoltaico, senza una fonte stabile di supporto, significa esporsi a costi elevati e a una pericolosa dipendenza strategica.
L’Italia, negli ultimi anni, ha dimostrato che sicurezza energetica e sostenibilità possono convivere. Gli investimenti sulle rinnovabili sono cresciuti, gli stoccaggi energetici sono stati rafforzati e il sistema produttivo ha continuato a innovare. Ma la transizione non può essere imposta con dogmi e scadenze irrealistiche. Serve gradualità, neutralità tecnologica e libertà di scelta.
Anche sul settore automotive la linea conservatrice europea sta cercando di aprire un confronto più pragmatico. Lo stop totale ai motori endotermici rischia infatti di colpire duramente un comparto industriale strategico per l’Europa senza garantire automaticamente benefici proporzionati sul piano ambientale. Per questo molti governi chiedono maggiore neutralità tecnologica, lasciando spazio anche a biocarburanti, e-fuel e nuove soluzioni energetiche.
Per questo la battaglia italiana in Europa è importante. Non significa fermare la transizione verde, ma correggerne gli eccessi. Vuol dire costruire un modello ambientale che premi chi produce meglio, non chi delocalizza di più. Un modello che protegga il territorio, riduca l’inquinamento e allo stesso tempo difenda lavoro, industria e ceto medio. La vera sfida del futuro non sarà scegliere tra crescita e ambiente. Sarà dimostrare che una nazione forte può garantire entrambe le cose.