
L’illusione green e il sovranismo ferito
di Kevin Guarino
C’è un limite strutturale e invalicabile a tutto, persino all’ideologia green che Bruxelles pretende di calare dall’alto sulle nostre comunità. Una recente e fondamentale sentenza della Corte costituzionale rimette al centro il principio della sovranità giuridica nazionale e territoriale, ponendo un freno al dogma dell’automatismo comunitario. La Consulta ha infatti stabilito che una legge regionale in contrasto con il diritto Ue in materia di “aree idonee” per la localizzazione degli impianti rinnovabili non può essere cancellata con un colpo di spugna tramite la “disapplicazione istantanea”. Serve, al contrario, un regolare giudizio di legittimità costituzionale.
Tradotto dal legalese: i territori e le loro leggi non possono essere bypassati in nome dell’ennesima transizione energetica calata dall’alto. La decisione nasce da un cortocircuito emblematico: il Consiglio di Stato aveva sospeso gli effetti di un decreto ministeriale attuativo di una norma Ue, svuotando di fatto la base d’appoggio della normativa locale. Ma anziché cedere alla fretta ideologica europea, la Consulta ha scelto la via del rispetto istituzionale e dei tempi della giustizia nazionale. Il rispetto delle prerogative della Corte costituzionale non può essere in discussione, essendo una delle istituzioni più salde del Paese, ma in una materia così delicata è un valore fondamentale anche la certezza che un’ordinanza motivata del Consiglio di Stato riesce a creare per gli operatori privati e pubblici.
Agli effetti pratici, in una contingenza storica in cui il costo dell’energia è al centro del dibattito politico continentale, l’Italia sconta la fatica dell’accettazione territoriale di impianti che dovrebbero garantire una minore dipendenza dagli approvvigionamenti esteri. Ieri dipendevamo direttamente dalla Russia, oggi rischiamo di legarci a Paesi che orbitano nella sua stessa area d’influenza. Tuttavia, la risposta a questa vulnerabilità strategica non può essere lo sfregio dei nostri territori.
Questo scenario svela il caos generato dal disordinato riparto di competenze ereditato dalla fallimentare riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, un pasticcio della sinistra che ancora oggi paralizza il Paese. In questo vuoto normativo, le Regioni si trovano a dover usare ogni strumento legale, leggi comprese, come vero e proprio antidoto contro l’assalto selvaggio di richieste di autorizzazione per pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Parliamo di una mole incontrollata e stratosferica di istanze che lo Stato ha lasciato lievitare e che non avrebbe mai dovuto permettere. Si tratta di numeri talmente elevati da non avere alcuna possibilità di traduzione pratica in impianti reali, con il solo riflesso di alimentare paure sacrosante e ingiustificate tra i cittadini. Molte amministrazioni stanno giustamente introducendo filtri preventivi. La sovranità energetica e la tutela del paesaggio italiano non possono essere sacrificate sull’altare dei mercati e della burocrazia europea.





