
I 10 miliardi di Hormuz
A cura di Francesco Carbone
Ci sono numeri che spiegano una crisi meglio di qualsiasi discorso politico: 10 miliardi di dollari.
È il costo netto aggiuntivo che l’Italia avrebbe sostenuto in appena sei mesi, tra marzo e agosto 2026, per l’aumento dei prezzi di petrolio e gas provocato dalla crisi nello Stretto di Hormuz.
A livello mondiale il conto raggiunge addirittura 330 miliardi di dollari, ma il dato che dovrebbe interessarci maggiormente è un altro: quei 10 miliardi rappresentano circa lo 0,42% del PIL italiano.
Risorse che non hanno finanziato nuove infrastrutture, scuole, imprese, ricerca o riduzione delle tasse. Sono semplicemente il prezzo che un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche paga quando la geopolitica entra nei mercati dell’energia. Ed è esattamente questo il punto politico.
Hormuz non è solo una crisi
Possiamo discutere delle tensioni in Medio Oriente, della Russia, dell’Ucraina, del Qatar o delle prossime crisi internazionali.
Ma il problema italiano rimane sempre lo stesso: dipendiamo ancora troppo da energia e combustibili provenienti dall’estero.
Quando una rotta commerciale viene minacciata, quando una raffineria viene colpita o quando un Paese produttore riduce le esportazioni, il conto arriva rapidamente nelle nostre bollette, nei distributori di carburante e soprattutto nei costi delle nostre imprese.
La crisi di Hormuz lo dimostra ancora una volta. Secondo i dati riportati da Energia Oltre, l’Unione Europea è stata l’area maggiormente colpita, con 54 miliardi di dollari di costi netti aggiuntivi.
Il GNL è stato acquistato a prezzi medi superiori del 60% rispetto alle previsioni precedenti al conflitto, mentre il diesel ha registrato aumenti ancora più marcati rispetto al petrolio greggio.
Significa maggiori costi per trasportare le merci, produrre, riscaldare gli edifici e far funzionare il nostro sistema economico.
La transizione non basta: serve indipendenza
Le rinnovabili rappresentano certamente una parte della soluzione e gli stessi numeri della crisi dimostrano che eolico e fotovoltaico hanno contribuito a ridurre il conto delle importazioni energetiche.
Ma dobbiamo avere il coraggio di fare un passo ulteriore.
La politica energetica italiana non può limitarsi alla sola transizione ecologica. Deve diventare una politica di sovranità energetica.
Significa produrre in Italia una quota sempre maggiore dell’energia che consumiamo, attraverso un mix equilibrato composto da rinnovabili, accumuli, infrastrutture, interconnessioni e dal ritorno del nucleare di nuova generazione.
Perché il nucleare introduce nel sistema una caratteristica fondamentale che oggi manca: produzione programmabile, continuativa e molto meno esposta alle oscillazioni geopolitiche del prezzo dei combustibili.
Non significa sostituire le rinnovabili, significa completarle.
Riflettere sul futuro
Quando discutiamo del costo della politica energetica dobbiamo iniziare a porci anche la domanda opposta:
quanto ci costa non cambiare?
Se una singola crisi internazionale può generare per l’Italia miliardi di euro di maggiori costi energetici in pochi mesi, allora investire nella nostra autonomia non è soltanto una scelta ambientale.
È una scelta industriale, è una scelta economica ed è soprattutto una scelta politica.
L’Italia deve poter decidere il proprio futuro energetico senza aspettare ogni volta di sapere cosa succederà nello Stretto di Hormuz, in Russia, in Qatar o in qualsiasi altra parte del mondo.
Perché un Paese che non controlla almeno una parte significativa dell’energia necessaria alla propria economia rimane inevitabilmente esposto alle decisioni degli altri.
La crisi di Hormuz ci sta presentando un conto da miliardi. Possiamo continuare a pagarlo.
Oppure possiamo finalmente costruire una vera sovranità energetica italiana.





