Aree interne e montane: un futuro di crescita per il turismo delle radici

A cura del Prof. Rosario Previtera Agronomo, EU Climate Pact Ambassador.

Le aree interne, ovvero le aree montane o le aree con svantaggi naturali, socio-economici, infrastrutturali, con mancanza di servizi e con forte spopolamento a fasi alterne vengono considerate aree marginali da dimenticare o aree da valorizzare e rendere nuovamente vive, produttive come lo erano un tempo. Con l’idea, molto diffusa ma non sempre praticabile, della valorizzazione dei “borghi”.

Lo spopolamento e il fenomeno dell’esodo rurale dalle aree interne verso la costa, ricca di nuclei urbanizzati ovvero di città, servizi, scuole, enti pubblici, strutture economiche e commerciali, ferrovie e strade, aeroporti e porti,  hanno caratterizzato per anni la demografia italiana. Nonostante circa il 60%  del territorio italiano sia costituito da territori montani e da aree interne, la popolazione si è concentrata  altrove a causa della mancanza o della perdita di servizi nei piccoli comuni interni e montani. Comuni che però sopravvivono per gran parte e hanno avuto, e spesso posseggono ancora, una forte identità connessa alla propria storia, alle caratteristiche produzioni agroforestali ed agroalimentari, alle loro valenze paesaggistiche, ambientali ed ecosistemiche, alle tradizioni etno-culturali che ne fanno a volte borghi di grande atterazione turistica.

Si parla oggi di undertourism ovvero della presenza di turisti che vivono il turismo esperienziale e destagionalizzato ovvero distribuito nel tempo in luoghi poco conosciuti ma dal forte impatto attrattivo contro l’overtourism che mette in difficoltà aree e comuni non pronti ad accogliere migliaia di persone in poche ore o pochi giorni; turisti che non vengono percepiti come risorsa ma come problema. Le leggi e la politica sulla montagna, sui piccoli comuni e sui comuni montani, sulle aree interne che si sono succedute nel tempo fino all’ultima che definisce con altri parametri i comuni montani, dimostrano la necessità di dover affrontare le dinamiche di sottosviluppo o di sviluppo ma sopratutto la necessità di una governance riguardante milioni di cittadini delle migliaia di piccoli comuni che sopravvivono ancora. Comuni per i quali occorre considerare l’evoluzione socio-economica, lo stato dei disagi dovuti alla scarsa viabilità e minima presenza di servizi o di attività economiche e non solo parametri quali altitudine o pendenza del territorio nel caso della nuova classificazione dei comuni montani. Territori che spesso nascondono come in uno scrigno valenze territoriali identitarie che potrebbero diventare risorse economiche per la loro rivitalizzazione e il ripopolamento. Luoghi ameni dove lo stile di vita genuino e “green” unitamente alla presenza di filiere agricole corte, di servizi minimi anche a poca distanza e soprattutto la presenza di  una costante linea internet,  vengono  sempre più apprezzati da famiglie “di ritorno”, dai protagonisti del cosiddetto “turismo delle radici” o da lavoratori che basano la propria occupazione sull’utilizzo del digitale e che desiderano allontanarsi dalla vita caotica e stressante della grande città: i nomadi digitali. Comuni e imprese, in aree montane, svantaggiate,  rurali, spesso stimolati dai fondi per i comuni marginali e simili che sostengono annualmente nuove attività economiche e nuova residenzialità: fondi ministeriali, regionali, dei GAL  (Gruppi di Azione Locale).

È un flusso sia fisico che culturale in controtendenza ma che gradualmente fa si che si ripopolino prima le periferie, poi le aree rurali e collinari periurbane, fino alle aree montane vere e proprie. Non dobbiamo mai dimenticare che quando le aree montane e o interne vengono abbandonate, a valle e in città si ripercuotono con violenza gli effetti diretti e indiretti, del dissesto idrogeologico, degli incendi, della desertificazione in tutti i sensi. Tenuto saldo questo assetto valoriale che si integra con quello del recupero di tradizioni e di culture vernacolari da cui tutti traiamo origine e che devono essere conservate a tutti i costi, se ne pone oggi un altro che diventerà imprescindibile tra qualche anno ma che sin da oggi deve essere contemplato. Ci riferiamo alla necessità di dare impulso immediato al recupero delle aree montane perche saranno esse il riferimento del ripopolamento generalizzato, quando a causa del surriscaldamento climatico la popolazione si trasferirà sempre di più dalla costa verso le alture, presso le quali il clima mite, l’agricoltura, le condizioni ottimali per la salute umana saranno alla base della qualità della vita del futuro e dell’attrazione di nuovi flussi migratori interni che nulla avranno a che fare con il turismo. Un controesodo dalla costa, sempre più invivibile, alla montagna sempre più idonea, che nessuno potrà impedire ma che dovrà trovare le aree montane già pronte ad accogliere nuovamente gli abitanti come un tempo, ma con la consapevolezza della conservazione del territorio e degli ecosistemi, per evitare gli scempi urbanistici e ambientali che nei decenni si sono perpetrati  all’insegna  del “sacro” sviluppo e dell’urbanesimo a tutti i costi.

Una qualità della vita, quella dei futuri “cittadini di montagna” che però non potrà prescindere dall’assenza di servizi, di viabilità, di energia pulita, di risorse non più illimitate come l’acqua, il cibo e i terreni coltivabili. La necessità di evitare gli sprechi e garantire la massima eco-efficienza degli  stili di vita e l’economia circolare non saranno più elementi opzionai ma necessari.

Sarà un cambio di paradigma vitale che già si sta evidenziando in altre nazioni e in altri continenti, e per il quale occorre prepararsi sin da adesso, nonostante le priorità e le emergenze sembrano essere altre: guerre, approvvigionamento energetico, inquinamento crescente, inflazione costante, necessaria autarchia produttiva.

Ci appaiono lontani i versi dannunziani de “La pioggia nel pineto” e de “La sera fiesolana”, che oggi evocano nostalgicamente quei valori ambientali e rurali, in parte oggi dimenticati, ma presenti nelle nostre radici storiche e culturali. Valori che ritorneranno in auge e che dovremo opportunamente rivivere, fortunatamente seppur forzatamente.