
Caccia e natura: un binomio possibile nel nome della conservazione e della difesa del territorio
A cura di Ferrante De Benedictis
Qual è il ruolo del cacciatore nella conservazione e tutela della natura, quale rapporto intercorre tra caccia e ambiente? Se non si parte da queste domande diventa difficile affrontare il tema delicato della caccia.
Tema che oggi è entrato prepotentemente nel dibattito politico italiano in quanto si sta lavorando ed è in discussione in queste settimane un nuovo Disegno di Legge, che vorrebbe ridisegnare il mondo venatorio italiano, fermo ad una legge del 1992, un’era glaciale fa rispetto alla situazione odierna in tema di gestione faunistica, conservazione degli habitat e conservazione delle specie.
Ma prima di entrare nel merito della riforma, che ha indubbiamente il coraggio di mettere in discussione una legge ormai superata, occorre precisare che qui non si apre un dibattito caccia si o caccia no, li la storia repubblicana si è già espressa, ma si discute su quale debba essere il ruolo della caccia e del cacciatore nella conservazione degli equilibri della natura.
E se ci si vuole davvero interrogare sull’importanza della tutela e della conservazione della natura non è possibile non porre al centro del dibattito il tema della caccia.
L’ars venandi è fortemente legata al mondo rurale, alla campagna e alla wilderness, senza natura selvaggia non può esserci attività venatoria, e senza la caccia si rischia di veder sfumare per sempre luoghi di natura selvaggia il cui ecosistema e i cui equilibri rischierebbero di venire seriamente minacciati dal proliferare di alcune specie a discapito di altre.
Un interessante studio pubblicato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) nel suo rapporto ufficiale sullo stato della natura in Europa, ha valutato quello che è il peso delle attività umane sugli ecosistemi, una sorta di analisi dell’impronta ecologica, e i risultati sono sorprendenti, la caccia incide sugli habitat e gli ecosistemi per il solo 0,66%. Dato che non sorprende chi conosce a fondo la natura e le sue regole, e sa benissimo che sugli ecosistemi incide molto di più l’overtourism, la cementificazione, l’agricoltura e gli allevamenti intensivi, l’industria e la scomparsa di habitat quali paludi o foreste.
La domanda da porsi è ma qui si vuole proteggere la specie o l’individuo?
I grandi naturalisti della storia John Muir, Aldo Leopold che hanno dedicato la loro vita alla salvaguardia delle specie e alla conservazione della natura, considerati i padri della difesa delle aree Wilderness, avevano ben compreso che tra le poche attività antropiche ammissibili in un’area wilderness ci fosse la caccia insieme alla riscoperta della comunità che vive quel luogo da secoli.
Essere contro la caccia è oggi una scelta del tutto ideologica e radicale, che non si basa su dati scientifici, perché la gestione faunistica non è un’opinione ma scienza applicata, che si basa su regole, numeri, osservazioni e analisi dei trend.
Ed il tutto si inserisce in una visione di natura, in apparenza divinizzata, che finisce per essere considerata come una cosa, un oggetto e non una comunità a cui appartenere, dimenticando che l’ambiente non si salva senza salvare l’uomo, il suo territorio e la sua comunità storica e culturale. [i]
Ecco che un tema centrale nella salvaguardia dell’ambiente è rappresentato dalla riscoperta delle comunità locali, da sempre preziosissimi luoghi di formazione delle future generazioni, e dove si forma il concetto di etica. È solo allargando questo concetto di etica alla terra, agli animali e all’ambiente che la natura non verrà vista più come un oggetto, un grosso serbatoio dal quale attingere risorse, ma come una comunità da amare e da rispettare.
Al contrario la globalizzazione ed il suo ambientalismo politically correct hanno commesso un errore macroscopico, pensare di salvare l’ambiente a prescindere dalla salvaguardia del suo territorio e della sua comunità umana, storica e culturale.
Ed è per questo che la caccia e la figura del cacciatore diventano centrali perché espressioni di quelle comunità locali e di quel mondo rurale che rappresentano alleati preziosi nella salvaguardia dell’ambiente.
La stessa figura del cacciatore si sta evolvendo sempre di più nella direzione auspicata di figura chiave nel processo di tutela e conservazione della fauna selvatica e nel delicato rapporto tra avifauna e agricoltura; in un articolo pubblicato lo scorso anno sull’importante rivista scientifica “Global Ecology and Conservation”[ii], quattro ricercatori norvegesi hanno dimostrato quanto sia importante il contributo dei cacciatori nello studio della fauna selvatica.
“Un punto chiave del nostro studio è che la collaborazione tra cacciatori e scienziati è fruttuosa e dovrebbe essere considerata una partnership standard per la conservazione della biodiversità. Il risultato è che molte delle specie di selvaggina sono tra le specie di fauna selvatica meglio studiate che abbiamo in Europa” afferma uno degli autori dello studio, Benjamin Cretois, ricercatore presso il Norwegian Institute for Nature Research.
In questo studio, Cretois e i suoi colleghi hanno valutato il contributo dei cacciatori al monitoraggio di cinque grandi gruppi di specie funzionali: ungulati, grandi carnivori, uccelli acquatici, altri uccelli e piccola selvaggina.
I risultati indicano che in 32 delle 36 paesi europee è in atto un monitoraggio gestito dai cacciatori di almeno un gruppo di specie, il che sottolinea l’importante ruolo dei cacciatori nel processo di monitoraggio della biodiversità europea, ruolo riconosciuto ufficialmente anche dalla comunità scientifica.
Siamo solo all’inizio e ci auguriamo che il contributo della caccia e dei cacciatori diventi sempre più importante nel processo di tutela e salvaguardia naturalistica, il cacciatore a costo di apparire impopolare dovrà spiegare a tutti, ed in particolare ai più giovani che cosa significa la caccia, qual è il rapporto tra caccia e ambiente, tra caccia e tutela degli animali, tra caccia e salvaguardia di un territorio. Il cacciatore come profondo conoscitore della natura rappresenta un’importante sentinella naturalistica, come attento osservatore avrà il compito di farsi parte attiva nel processo di conservazione naturalistica.
Sono già oggi tantissimi gli esempi di successo nel mondo delle aree “Wilderness”, e come accennavo prima, aree di massima tutela e salvaguardia dove l’unica pratica concessa è un’attenta e controllata attività venatoria, in quanto ritenuta di fondamentale importanza per l’equilibrio delle specie.
Il nuovo DDL caccia ha il grande merito di non affrontare il tema in chiave ideologica, e di puntare alla protezione della specie che vuol dire conservare e tutelare gli habitat.
Per capirci il “lupo” è stato giustamente salvaguardato per decenni, lo abbiamo fatto quando era in pericolo ed a rischio estinzione, ma oggi rappresenta un problema, per le comunità montane, per la sicurezza delle persone e degli animali domestici e per un’intera economia agropastorale che merita di essere tutelata tanto quanto il lupo. Questo non significa distruggerlo o estirparlo ma controllarlo, come fanno benissimo in Svizzera ed in Francia.
Ma ricordiamoci sempre che per salvare l’ambiente e più in generale la natura prima ancora che leggi, governi e associazioni servono uomini dal pensiero selvaggio, innamorati della natura e della sua straordinaria bellezza.
Custodire e al tempo stesso conservare aree di natura selvaggia, luoghi incontaminati che hanno da un punto di vista naturalistico e scientifico un valore inestimabile, significa salvaguardare e proteggere dei veri e propri scrigni di memoria naturalistica ed in tutto questo la caccia può rappresentare un grande valore aggiunto.
[i] F. De Benedictis, L’uomo Custode della Natura, 2020, Edizioni Historica Giubilei
[ii] www.federcaccia.org/news_show.php?idn=7573





