Perché l’acqua desalinizzata può essere un asset strategico

di Meszár Tárik

La regione del Golfo Persico/Arabo è tra le aree più carenti d’acqua al mondo, con i sistemi di approvvigionamento nazionali che si basano quasi esclusivamente sulla desalinizzazione dell’acqua di mare. Secondo gli ultimi dati, i sei stati del Golfo—Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti—rappresentano circa il 40% della produzione globale di acqua desalinizzata. Tuttavia, il conflitto in corso con l’Iran ha messo in luce la vulnerabilità delle infrastrutture idriche della regione. Negli ultimi due mesi, diversi droni hanno colpito impianti di desalinizzazione, sottolineando come i sistemi di approvvigionamento idrico possano subire gravi interruzioni durante i conflitti militari.

 

Una regione carente d’acqua

I paesi della regione si affidano alle risorse di acqua sotterranea e all’acqua di mare desalinizzata per rifornire città, zone industriali e aree agricole in rapida crescita. La gravità della situazione è sottolineata dal parametro delle Nazioni Unite  di 500 metri cubi per persona all’anno come soglia per la scarsità assoluta d’acqua, mentre gli stati arabi del Golfo hanno una media di circa 120 metri cubi pro capite all’anno. Questa cifra è appena un quarto della soglia critica, rendendo la desalinizzazione praticamente inevitabile.

Il problema è aggravato dalla rapida crescita demografica e dall’accelerazione dell’urbanizzazione. Ad esempio, i tassi di crescita demografica negli stati membri del GCC sono quasi tre volte la media globale. Di conseguenza, la domanda d’acqua continua a crescere mentre il rifornimento naturale rimane estremamente limitato.

Una parte significativa delle risorse idriche sotterranee è costituita da ‘acqua fossile’ non rinnovabile, la cui estrazione causa un esaurimento a lungo termine. Inoltre, gli impatti del cambiamento climatico—come la riduzione delle precipitazioni e l’aumento delle temperature—peggiorano ulteriormente il bilancio idrico. Secondo il Gulf Research Center, si  prevede che le temperature medie nella regione del GCC aumenteranno di un ulteriore 1–2°C entro il 2050, rendendo l’approvvigionamento idrico sempre più dipendente da soluzioni tecnologiche. Questa dipendenza crea vulnerabilità non solo economiche, ma anche politiche e in termini di sicurezza.

Il ruolo dei Wadis

Una caratteristica naturale distintiva degli stati arabi del Golfo è l’assenza di fiumi permanenti nel loro ambiente desertico. I corsi d’acqua stagionali—noti come wadi (dall’arabo, che significa ‘valle’ o ‘burrone’)—esistono, ma trasportano acqua solo durante rari episodi di pioggia e quindi non possono costituire una base affidabile per l’approvvigionamento idrico.

Storicamente, questi corsi d’acqua giocarono un ruolo cruciale nei modelli di insediamento: molte comunità e oasi antiche si svilupparono lungo di essi perché acqua e suoli più fertili erano più facilmente disponibili lì. Erano anche importanti per l’agricoltura, poiché inondazioni improvvise depositavano sedimenti ricchi di nutrienti. Le rotte delle carovane spesso seguivano i loro percorsi mentre formavano sentieri naturali attraverso il deserto. I wadi fungevano anche da punti d’incontro, spesso diventando centri di mercato, relazioni tribali e vita comunitaria. In quanto tali, divennero simboli di sostentamento e sopravvivenza.

Oggi rimangono importanti fonti d’acqua nelle regioni aride e influenzano la posizione degli insediamenti e delle attività agricole. Durante i periodi di flusso, gran parte dell’acqua si infiltra rapidamente nel suolo, contribuendo al ricaricamento delle falde acquifere. Le inondazioni improvvise sono comuni dopo piogge improvvise, trasportando grandi volumi di acqua e sedimenti in poco tempo. Uno degli esempi più noti è il Wadi Rum in Giordania, che attira milioni di visitatori ogni anno. Numerosi wadi si trovano anche in Arabia Saudita, Oman e Emirati Arabi Uniti.

Nonostante la loro importanza storica e locale, il volume e l’affidabilità dell’acqua fornita dai wadi sono ben al di sotto delle moderne esigenze sociali ed economiche, perciò non possono rappresentare un’alternativa praticabile alla desalinizzazione e svolgono invece solo un ruolo supplementare nella gestione idrica della regione.

Il ruolo e il volume della desalinizzazione

Secondo un rapporto del 2023  del GCC Statistical Center, i sei stati del Golfo hanno prodotto 7,2 miliardi di metri cubi di acqua dolce tramite desalinizzazione. Questo equivale a circa 122 metri cubi pro capite all’anno (circa 334 litri al giorno). L’Arabia Saudita—il paese più grande e popoloso della regione, con 35 milioni di abitanti—è anche uno dei principali produttori mondiali di acqua desalinizzata.

Un’analisi pubblicata da Al Jazeera evidenzia che il ruolo dell’acqua desalinizzata varia significativamente a seconda del paese, a seconda della disponibilità di fonti idriche alternative. Il Qatar è il più dipendente, con il 61% della sua fornitura idrica totale proveniente dalla dissalizzazione. In Bahrain, la desalinizzazione fornisce il 59% dell’approvvigionamento idrico e rappresenta il 90% dell’acqua potabile. In Kuwait, quasi il 50% del consumo annuo d’acqua deriva dalla desalinizzazione, mentre negli Emirati Arabi Uniti la percentuale è del 41%. In Oman, la desalinizzazione rappresenta il 23% della domanda annua d’acqua, mentre in Arabia Saudita solo il 18%, principalmente grazie alle sue consistenti riserve di acqua sotterranea.

Rischi per la sicurezza e l’ambiente

L’attuale conflitto con l’Iran ha dimostrato che gli impianti di desalinizzazione sono infrastrutture strategiche. Il fallimento di una singola struttura può mettere a rischio l’approvvigionamento idrico di centinaia di migliaia di persone. Gli attacchi agli stati arabi del Golfo illustrano che le infrastrutture idriche possono diventare un obiettivo chiave nei conflitti. Poiché la maggior parte degli impianti di desalinizzazione si trova lungo le coste, sono geograficamente concentrati e obiettivi facilmente identificabili.

Questa vulnerabilità è aggravata dal fatto che molti paesi dipendono fortemente da un piccolo numero di impianti ad alta capacità—come l’impianto di energia e desalinizzazione Ras Al-Khair in Arabia Saudita—con conseguente ridondanza di sistema limitata. Di conseguenza, la perdita di una singola struttura può innescare interruzioni a cascata nell’approvvigionamento. Inoltre, i crescenti rischi di attacchi informatici e sabotaggi infrastrutturali sottolineano ulteriormente l’importanza strategica della sicurezza idrica.

Oltre alle sue dimensioni geopolitiche e di sicurezza, la desalinizzazione rappresenta anche una sfida ambientale. Secondo un ‘analisi del Middle East Institute, il Golfo Persico/Arabico sta già subendo l’impatto dell’aumento della salinità dovuta allo scarico di salamoia, che danneggia gli ecosistemi marini.

Inoltre, la desalinizzazione è altamente energivora e contribuisce alle emissioni di gas serra e all’inquinamento atmosferico. Di conseguenza, gli impatti ambientali sono significativi, sollevando dubbi sulla sostenibilità a lungo termine del processo.

Considerazioni finali

La sicurezza idrica nella regione del Golfo Persico/Arabo dipende fondamentalmente dalla desalinizzazione dell’acqua di mare. I paesi della regione rappresentano quasi la metà della produzione globale di acqua desalinizzata, con più di 400 impianti operativi nei loro territori. Senza questa tecnologia, sarebbe impossibile soddisfare i bisogni di acqua potabile ed economici della popolazione in rapida crescita della regione, pari a 62 milioni. Allo stesso tempo, le attuali tensioni geopolitiche hanno evidenziato che gli impianti di desalinizzazione sono infrastrutture critiche ma vulnerabili. Di conseguenza, è probabile che si ponga maggiore enfasi sulla protezione delle infrastrutture idriche, sullo sviluppo di sistemi di produzione d’acqua decentralizzati e sullo sviluppo di tecnologie di desalinizzazione più efficienti dal punto di vista energetico e sicure. La sicurezza idrica è sempre più trattata come una priorità strategica integrata, che richiede sia innovazione tecnologica sia una cooperazione regionale più forte.