Innovazione e tradizione: il dualismo dell’ecologia di destra

A cura di Valentina Colucci Fabrizio

Per troppo tempo il dibattito sul rispetto e la salvaguardia dell’ambiente  è stato percepito come un campo di battaglia ideologica in cui la disputa è stata dominata da una visione manichea distante dalla necessità di analizzare il reale equilibrio dell’ecosistema dei territori con le loro specificità e tradizioni.

Fortunatamente, esiste un modello peculiariamente  italiano di ecologismo che non nasce da “visioni” metropolitane, ma dal cuore dei nostri borghi e dalle radici della nostra storia.

Come ha ricordato il Presidente del Consiglio On. Giorgia Meloni, “non esiste un ecologista più convinto di un conservatore” che ha connaturato nel proprio bagaglio umano il pensiero di custodire l’ambiente.

È il conservatorismo verde: una visione che non vede la natura come un’astrazione burocratica, ma come la “casa dei padri” da preservare e migliorare per le generazioni future.

Il cuore pulsante di questo modello risiede nel concetto di oikophilia, termine caro a Roger Scruton per descrivere l’amore per la propria casa.

A differenza dell’ambientalismo globale, che spesso perde il contatto con il locale, il conservatore ama l’ambiente perché è il volto della sua comunità.

Questa visione si intreccia con l’ecologia integrale di Papa Francesco: non si può separare la protezione della natura dalla difesa dell’uomo.

È un approccio che rifiuta tanto il dominio predatorio dell’umano  quanto l’idea dell’uomo come parassita del pianeta, vedendolo invece come il suo custode più prezioso.

Contrariamente ai luoghi comuni, furono alcuni esponenti del conservatorismo europeo a guidare la consapevolezza ambientale ben prima della sinistra.

Fu Margaret Thatcher la prima leader di una grande economia a lanciare l’allarme sui cambiamenti climatici alle Nazioni Unite nel 1989, definendo la sfida ambientale come un punto di svolta nelle vicende umane paragonabile alla scissione dell’atomo.

In Italia, questa eredità è stata raccolta da Altero Matteoli, il ministro che ha introdotto i più importanti accordi internazionali sul clima e l’inquinamento.

Matteoli ha dimostrato che la protezione dell’ambiente può essere un’occasione di crescita e non un vincolo allo sviluppo, applicando rigore e pragmatismo ed evitando le suggestioni negazioniste e il sensazionalismo apocalittico.

In Italia, la natura è quasi sempre paesaggio: l’incontro millenario tra la mano dell’uomo e il profilo di dolci territori e mari.

Proteggerli significa difendere l’identità nazionale contro l’omologazione globale. In questa prospettiva, l’agricoltore è il “primo ambientalista”: colui che presidia il territorio, previene il dissesto idrogeologico e conserva la biodiversità contro le monocolture industriali e le adulterazioni alimentari.

Oggi, nel 2026, la sfida è trasformare la protezione dell’ambiente in un driver per la crescita.

Il Green Deal europeo, pur partendo da premesse condivisibili, si è spesso tradotto in misure punitive per le industrie e spreco di risorse economiche e intellettuali a tutto vantaggio di tecnologie straniere.

I conservatori europei hanno ora la possibilità di guidare la transizione verso un nuovo modello attraverso:

• Innovazione “Made in Europe”: sostituire la “decrescita felice” con soluzioni tecnologiche d’avanguardia per la gestione delle acque, la sicurezza energetica e la tutela dai fenomeni climatici estremi.

• Pragmatismo Geopolitico: riconoscere che la difesa dell’ambiente è legata alla stabilità delle popolazioni e alla sicurezza della vita urbana.

• Competitività: valorizzare la crisi ambientale come strumento per risalire la china della competitività globale, integrando reti elettriche e potenziando i trasporti.

“Verde” non deve essere un invito nostalgico a mantenere lo status quo o magari a smantellarlo come predicato dall’ambientalismo radicale, bensì un progetto strategico per il futuro.

Il “conservatorismo verde” significa avere cura del creato e tramandare la bellezza ricevuta in eredità, consapevoli che la vera ecologia non è quella che impone divieti dall’alto, ma quella che nasce dal legame indissolubile tra un popolo, la sua terra e tutti gli altri organismi viventi che la popolano.

Per realizzarlo si deve passare dalla (il)logica dei divieti e delle restrizioni alla ricerca di nuovi paradigmi ambientali basati sull’innovazione scientifica, così trasformando la sfida ambientale in un grande progetto di rinascita per l’Italia e per l’Europa.