Il Mezzogiorno come laboratorio del nuovo nucleare: la nuova piattaforma industriale del Mediterraneo

A cura di Noà Bentura

Il Mezzogiorno può diventare il vero laboratorio italiano del nuovo nucleare, ma a una sola condizione: smettere di essere percepito come periferia e diventare, finalmente, piattaforma industriale del Mediterraneo. La linea del governo è ormai esplicita. Dopo il primo via libera della Camera alla legge delega sul “nucleare sostenibile”, il dibattito si è spostato sul nodo decisivo: dove costruire la filiera che dovrà accompagnare, nei prossimi anni, ricerca, autorizzazioni, competenze e investimenti. E il Sud, oggi, ha più titoli di altri per candidarsi.

La risposta più credibile è nel Mezzogiorno non per una ragione simbolica, ma per una ragione infrastrutturale. Il Sud è già la porta energetica d’Italia: da Mazara del Vallo, Gela e Melendugno passano alcune delle grandi direttrici del gas; la Sicilia è al centro del Tyrrhenian Link e dell’interconnessione elettrica con la Tunisia; la Puglia continua a esprimere una forte vocazione energetica, anche sul fronte delle rinnovabili. In questa geografia, il nuovo nucleare non nascerebbe in un deserto industriale, ma dentro un ecosistema che conosce già reti, approdi, scambi e produzione. È quello che sostiene anche il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin, che all’evento “Da Fermi al futuro” ha detto: “Abbiamo rovesciato la clessidra. Negli ultimi anni il Mezzogiorno è il centro del Mediterraneo, non solo geografico”.

Per questo la priorità non è promettere una centrale, ma costruire una strategia per il territorio. Servono zone di accelerazione energetica nel Mezzogiorno, capaci di mettere insieme porti, rete elettrica, logistica, manifattura e ricerca. Serve una quota vincolata di investimenti in università, ITS e centri tecnici meridionali, perché senza competenze locali il nucleare resterebbe solo tecnologia importata. Per il Mezzogiorno questo dovrebbe tradursi in benefici automatici e verificabili: riduzione dei costi energetici per le aree ospitanti, fondi per bonifiche e monitoraggi indipendenti, clausole occupazionali, investimenti in acqua, porti e formazione.

La lezione internazionale è semplice: senza fiducia territoriale, nessun nuovo programma nucleare regge davvero. Se il Sud saprà tenere insieme nuovo nucleare, rinnovabili e reti mediterranee, non sarà più la coda della transizione italiana. Potrà esserne il baricentro.