
Gli ambientalisti attaccano il Palio di Siena: l’ennesima follia del wokismo green
A cura di Carola Causarano
Ogni anno, puntualmente, il Palio di Siena torna al centro delle polemiche. Da una parte ci sono le associazioni animaliste che ne chiedono l’abolizione, dall’altra una città che da secoli vive una delle sue espressioni culturali più autentiche. Il dibattito è legittimo, ma spesso viene affrontato con slogan e semplificazioni che finiscono per distorcere la realtà.
La prima accusa è che il Palio rappresenti un maltrattamento sistematico dei cavalli e questa è una tesi che merita di essere esaminata con attenzione. I cavalli che partecipano alla corsa sono animali di grande valore, allevati con cure costanti, seguiti da veterinari specializzati e sottoposti a rigorosi controlli prima, durante e dopo la manifestazione. Per le Contrade rappresentano un patrimonio da tutelare, non uno strumento da consumare.
È innegabile che una corsa comporti dei rischi. Tuttavia, il rischio non coincide automaticamente con il maltrattamento.Ogni disciplina equestre, così come molti sport praticati dall’uomo, presenta un margine di pericolo. La questione non è eliminare ogni rischio – obiettivo impossibile – ma ridurlo il più possibile attraverso regole, controlli e continui miglioramenti delle condizioni di sicurezza.
Negli ultimi decenni il Palio è cambiato profondamente. Sono stati modificati diversi aspetti del tracciato, sono stati introdotti sistemi di protezione più efficaci nelle curve, i controlli veterinari sono diventati sempre più rigorosi e la selezione dei cavalli segue criteri molto severi. Ogni incidente viene analizzato per individuare eventuali interventi correttivi. Ignorare questi progressi significa raccontare una realtà incompleta.
Un aspetto che raramente viene ricordato è che i cavalli non vengono scelti casualmente. Sono animali selezionati proprio per affrontare questo tipo di competizione, preparati gradualmente e costantemente monitorati. Le loro condizioni disalute vengono valutate prima dell’ammissione alla corsa e durante tutto il periodo di preparazione. Se un cavallo non è ritenuto idoneo, categoricamente non partecipa.
Un’altra critica frequente riguarda l’uso del cavallo come elemento di spettacolo. Ma il rapporto tra uomo e cavallo accompagna la storia dell’umanità da migliaia di anni. Esistono numerose attività sportive ed equestri – dal salto ostacoli all’endurance, fino alle corse ippiche – in cui l’animale è protagonista. Se il criterio fosse quello di eliminare qualsiasi attività che comporti un rischio, bisognerebbe mettere in discussione l’intero mondo degli sport equestri.
Anche l’impiego del nerbo, spesso mostrato come simbolo di crudeltà, viene frequentemente descritto senza il necessario contesto. È certamente uno degli aspetti più discussi della corsa e può suscitare sensibilità diverse, ma ridurre il Palio a questo elemento significa trascurare l’insieme delle norme che regolano la manifestazione e il controllo esercitato dalle autorità competenti. È giusto discuterne, ma senza trasformarlo nell’unico parametro con cui giudicare l’intera tradizione.
Esiste poi un tema di coerenza nel dibattito pubblico. Molti di coloro che chiedono l’abolizione del Palio non rivolgono la stessa attenzione ad altre realtà in cui gli animali sono coinvolti: corse ippiche, competizioni equestri internazionali,allevamenti intensivi, trasporti di bestiame o fenomeni di abbandono degli animali domestici. Questo non significa che il Palio debba essere esente da critiche, ma invita a riflettere sul rischio di concentrare tutta l’attenzione su un evento altamente simbolico, trascurando problematiche che coinvolgono ogni giorno un numero incomparabilmente maggiore di animali.
C’è poi un elemento culturale che spesso sfugge a chi osserva il Palio soltanto attraverso immagini televisive. Per Siena non è uno spettacolo costruito per i turisti, ma un rito civile che attraversa la vita della città durante tutto l’anno. Le Contrade non esistono per il Palio: il Palio esiste perché esistono le Contrade. Sono comunità che organizzano attività sociali, culturali e solidaristiche, custodiscono archivi, musei, opere d’arte e tradizioni tramandate di generazione in generazione. Il cavallo è parte integrante di questo patrimonio, non un semplice mezzo per intrattenere il pubblico.
Spesso il dibattito viene alimentato dalla diffusione di immagini particolarmente drammatiche, che suscitano comprensibilmente emozione. Tuttavia, giudicare una manifestazione esclusivamente attraverso gli episodi più tragici rischia di offrire una rappresentazione parziale. Ogni incidente è un fatto serio e merita attenzione, ma una valutazione equilibrata dovrebbe considerare anche i progressi realizzati, i protocolli sanitari adottati e gli investimenti nella prevenzione.
Un altro errore è analizzare il Palio con categorie esclusivamente contemporanee, dimenticando il contesto storico in cui è nato e si è evoluto. Le tradizioni non sono realtà immutabili: cambiano, si adattano e incorporano nuove sensibilità. È ciò che è già avvenuto per il Palio, che nel corso degli anni ha introdotto modifiche significative proprio per migliorare la tutela dei cavalli. Pensare che l’unica soluzione sia cancellare una tradizione secolare significa rinunciare alla possibilità di farla evolvere ulteriormente.
Questo non significa che tutto sia perfetto o che non si possa fare di più. Al contrario, il confronto con veterinari, etologi, istituzioni e anche con chi esprime critiche costruttive può contribuire a rendere la manifestazione ancora più sicura. La tutela del benessere animale deve essere un obiettivo condiviso, non uno strumento per delegittimare una tradizione senza considerare gli sforzi compiuti per migliorarla.
Il Palio non è soltanto una corsa. È un patrimonio storico, culturale e sociale che identifica Siena nel mondo ben oltre i 90 secondi della gara.
In una società che tende sempre più a giudicare fenomeni complessi attraverso brevi video, fotografie o slogan condivisisui social, il rischio è perdere la capacità di distinguere tra emozione e analisi. È giusto provare dispiacere quando un animale si fa male; sarebbe difficile sostenere il contrario. Ma è altrettanto giusto chiedersi se la soluzione migliore sia cancellare una tradizione secolare oppure continuare a migliorarla con responsabilità, competenza scientifica e dialogo.
Criticare è legittimo. Chiedere maggiori tutele è altrettanto legittimo. Ma trasformare il Palio nel simbolo del maltrattamento animale senza riconoscere i progressi compiuti, senza distinguere tra rischio e crudeltà e senza considerare il suo valore storico, sociale e culturale non aiuta né il confronto né la tutela degli animali. La strada più responsabile non è l’abolizione, bensì il miglioramento continuo di una tradizione che ha saputo attraversare i secoli e che può continuare a evolversi senza perdere la propria identità.
Difendere il Palio non significa rifiutare ogni critica. Significa riconoscere che le tradizioni più importanti non siconservano ignorando i problemi, ma affrontandoli con serietà. È proprio questo equilibrio tra rispetto della storia e attenzione al presente che può garantire un futuro a una delle manifestazioni più identitarie e conosciute d’Italia.





