Oltre l’ambientalismo ideologico: il report dell’evento berlinese di Common Good Ecology

A cura di Stefano Davide Bettera

 

Un’ecologia del bene comune, oltre l’ambientalismo ideologico

Per due giorni filosofi, teologi, politologi, urbanisti, agricoltori ed ex ministri da tutta Europa si sono confrontati a Berlino su una domanda semplice e radicale: si può parlare di natura senza dividere la società in buoni e cattivi? Nazione Futura c’era, nel dibattito che ha aperto la seconda giornata.

Ci sono momenti in cui un tema, a lungo monopolizzato da una sola parte, torna a essere di tutti. La conferenza Common Good Ecology, che si è tenuta a Berlino l’8 e il 9 ottobre, è stata uno di questi momenti. Per anni la questione ambientale ci è stata raccontata con il linguaggio dell’emergenza, della colpa, del divieto: un’apocalisse sempre imminente, un tribunale morale in cui i cittadini siedono sul banco degli imputati e i ceti popolari pagano il conto di una transizione decisa altrove. A Berlino si è tentato qualcosa di diverso: costruire una narrazione dell’ambiente che parta dal bene comune e non dall’ideologia.

Una nuova grammatica per l’ecologia

Il titolo della relazione d’apertura diceva già molto: The Politics of the Living: Toward an Ecological Postliberalism, la politica del vivente, verso un postliberalismo ecologico. L’idea di fondo è che l’ecologia non debba essere l’ultimo capitolo di un progressismo individualista e tecnocratico, fatto di obiettivi planetari calati dall’alto, ma possa diventare l’occasione per riscoprire ciò che quel progressismo ha dimenticato: il limite, l’appartenenza, i legami tra le persone e tra le generazioni.

Basta scorrere il programma per accorgersi del cambio di vocabolario. Al posto degli slogan sulla “giustizia climatica” comparivano parole come casa, terra, lavoro, dignità, sussidiarietà, bellezza, cura. Non è un dettaglio lessicale. È precisamente l’assenza di queste parole ad aver trasformato la transizione verde, agli occhi di milioni di europei, in un progetto delle élite: lo hanno mostrato le proteste degli agricoltori, i gilet gialli, il malcontento diffuso verso un Green Deal percepito come una somma di vincoli e di costi. La risposta emersa a Berlino non è stata negare il problema ambientale, ma cambiarne la grammatica: riportare la natura dentro la vita concreta delle comunità, invece di farne un’astrazione da amministrare per decreto.

In questo senso l’appuntamento berlinese ha avuto il valore di un momento fondativo. Non una conferenza contro qualcuno, ma il tentativo di sottrarre l’ecologia alla polarizzazione e di restituirla a chi la natura la abita, la lavora e la custodisce ogni giorno.

Un mosaico di voci: filosofia, politica, pratica

La seconda ragione per cui vale la pena raccontare questo evento è la varietà di chi vi ha preso parte. Raramente capita di vedere nella stessa sala, e nello stesso dibattito, teologi e ministri, urbanisti e allevatori, studiosi di geopolitica e animatori di comunità locali. Ed è proprio questo intreccio a costituire il messaggio: un’ecologia del bene comune non può essere una specialità per addetti ai lavori, perché tocca insieme i fondamenti del pensiero, le scelte di governo e la vita quotidiana.

Sul piano dei fondamenti, il panel plenario dedicato a radicare l’ecologia nel bene comune ha visto confrontarsi il teologo e filosofo John Milbank, la teologa Carmody Grey ed Elmar Nass, studioso dell’etica sociale cristiana, mentre la sessione Enchanted Nature si è interrogata su come restituire alla natura una dimensione di senso e di sacro, contro la sua riduzione a pura risorsa. La relazione inaugurale della politologa Marlène Laruelle, discussa da Enrique Serrano e Christoph Henning, ha fornito la cornice teorica del postliberalismo ecologico.

Sul piano politico, il panel su sussidiarietà, potere e politica della natura, con Aron Buzogany, Zoran Grozdanov, Anatol Lieven ed Eva Pied, ha affrontato il nodo di chi debba decidere e a quale livello. La seconda giornata ha poi messo al centro due temi che l’ambientalismo ideologico tende a rimuovere: l’energia come bene pubblico, con l’ex ministro lituano dell’energia Dainius Kreivys e Wanda Buk, e la reindustrializzazione legata alla dignità del lavoro, con l’ex ministra polacca Jadwiga Emilewicz, Lord Maurice Glasman, fondatore del Blue Labour, e Adrian Pabst, che insieme a Will Brett ha promosso l’iniziativa.

Sul piano pratico, infine, la conferenza ha dato spazio a chi l’ecologia la fa con le mani: le sessioni sull’etica pratica della “cura e riparazione”, sulle lezioni che vengono dalla terra e dal lavoro agricolo, e sulla costruzione di una “ecologia della casa” bella e vivibile, con l’urbanista Nicholas Boys Smith. A chiudere i lavori, il dialogo tra Ruth Davis e Frances Foley e una discussione finale per tirare le fila verso un’ecologia del bene comune.

Il risultato è stato un dialogo raro, in cui le idee non restavano sospese nell’astrazione e le esperienze concrete non si chiudevano nel localismo. Fondamenti filosofici, visione politica e pratiche di territorio si sono continuamente richiamati a vicenda.

Territorio, limite, incontro: la proposta di Nazione Futura

La seconda giornata si è aperta con il dibattito plenario What is the politics of common good ecology?, qual è la politica di un’ecologia del bene comune, moderato da Scott Langdon, insieme a Richard Beardsworth, Jadwiga Emilewicz e Maurice Glasman e Stefano Davide Bettera con un intervento su Territorio, limite, incontro. Per un fronte popolare del bene comune.

Il punto di partenza è una diagnosi: la crisi ecologica è prima di tutto una crisi di separazione. Separazione dal luogo, perché viviamo sempre più in spazi intercambiabili, senza radici e senza memoria. Separazione dalla comunità, perché l’individuo sciolto da ogni legame è anche un individuo che non si sente responsabile di nulla. Separazione dalle generazioni passate e future, perché abbiamo smarrito quel patto tra i vivi, i morti e i non ancora nati di cui parlava Edmund Burke, e che è la forma più profonda di responsabilità ecologica.

Da qui la proposta: sostituire l’astrazione dell’“ambiente” con la concretezza del territorio. L’ambiente è una parola da esperti, fatta di mappe, indicatori e soglie; il territorio invece ha un nome, un paesaggio modellato da generazioni di lavoro. È ciò che Roger Scruton chiamava oikophilia, l’amore per la casa. In società divise e polarizzate, il territorio resta forse l’unico fondamento su cui persone lontanissime per idee possono ancora ritrovare qualcosa “in comune”.

Perché questa partita riguarda anche noi

Per troppo tempo la cultura conservatrice ha lasciato l’ecologia alla sinistra, oppure l’ha respinta in blocco come fosse una bandiera altrui. È stato un errore. La tradizione del pensiero conservatore ha un’ecologia tutta sua, fatta di radicamento, limite, continuità tra le generazioni, rispetto per il paesaggio e per il lavoro. Berlino ha mostrato che in Europa esiste una rete di pensatori, amministratori e operatori pronta a riprendere questa eredità e a tradurla in proposta politica.

Nazione Futura intende fare la sua parte in questo cantiere. Perché la difesa della natura non sia più il terreno di uno scontro tra tribù, ma torni a essere ciò che è sempre stata nelle nostre terre: una forma di amore per la propria casa e per chi verrà dopo di noi.