Ambiente, identità e cultura: il fronte conservatore del bene comune

A cura di Stefano Davide Bettera

Il filosofo inglese Roger Scruton era solito ricordare che l’ecologia è la quintessenza della causa conservatrice, l’alleanza più viva e più forte tra chi c’era ieri, chi c’è oggi e chi nascerà domani. Perché permette di dare concretezza a quel sentimento di cura per la prossimità, di amore per ciò cui siamo legati che si rivela sempre più fragile e a rischio. Questa preoccupazione, questa propensione, che Scruton chiama “Oikofilia”, dovrebbe essere un legame che ci unisce. L’ecologia, invece si è trasformata in uno dei terreni di scontro ideologico più duri del nostro tempo. E questo scontro risponde a ragioni e finalità non casuali che trovano radici nella crisi delle democrazie del nostro tempo.

Una crisi di separazione

Il politologo americano Patrick Deneen sostiene che oggi le democrazie liberali finiscono per generare separazioni in ogni ambito della vita: dell’individuo dalla famiglia, dalla comunità, dalla storia, dal luogo, dalle nostre stesse radici culturali e spirituali. Anche il tema della crisi ecologica e il modo in cui la percepiamo risponde a questa logica. Ci siamo separati dal territorio, da chi ci ha preceduto e da chi verrà. Cioè proprio da quell’alleanza tra generazioni di cui parlava Scruton. Quando il legame concreto si spezza, resta l’astrazione. L’ambientalismo è diventato un’identità: più l’oggetto è vasto, il pianeta, il clima, l’ecosistema, più è facile identificarsi con esso senza misurarsi con la complessità dei casi concreti. Questa è l’insidia della visione progressista della società. Ma anche la destra ha le sue responsabilità: ha lasciato il tema agli altri, o lo ha consegnato al mercato. E un iper-capitalismo senza limiti consuma i territori quanto uno Stato pianificatore. Sono due forme della stessa separazione. Un altro pensatore americano, lo storico Christopher Lasch diceva che la democrazia è malata perché l’individuo è malato. Un individuo sradicato non può essere un cittadino. La democrazia dovrebbe al contrario essere una pratica quotidiana di autogoverno. Quando si trasforma in ingegneria sociale, pianificata su principi astratti, si trasforma in quella malattia che colpisce tanto l’individuo quanto la società. Dunque, l’ecologia o è cura concreta di un luogo, o diventa un’altra piattaforma identitaria utile al consenso ma poco alla cura di quel bene comune primario che chiamo “territorio”.

Chi definisce il bene comune?

Il bene comune non coincide con il progetto di un’élite di esperti, e nemmeno con l’idea di un popolo mitizzato. Il bene comune si riconosce nell’esperienza: è ciò che amiamo e temiamo di perdere. Oikofilia, letteralmente l’amore per la propria casa. Per questo alla parola astratta “ambiente” preferisco “territorio”. L’ambiente è un concetto, tanto vasto quanto complesso; il territorio è il luogo dove vive una comunità, il luogo del dialogo possibile e della cura attuabile. La terra può darci un fondamento comune? Sì, se la intendiamo come territorio e non come un generico pianeta. Possiamo dividerci su cosa sia “il bene”, ma chi vive lungo lo stesso fiume ha davvero qualcosa “in comune”.

L’ostacolo: il radicalismo millenarista

Quali sono gli ostacoli che rischiano di bloccare un’ecologia del bene comune? Rispondo con franchezza. Esiste una linea di coerenza tra il fenomeno woke, il radicalismo progressista, il massimalismo di certo ambientalismo e perfino l’immaginario transumanista: la stessa pretesa di ingegneria sociale e morale, l’idea che la società vada riprogettata da zero secondo uno schema. Il woke è la forma più compiuta di questa pretesa. Funziona come un culto millenarista, con un breviario di parole d’ordine intercambiabili, catastrofe climatica, genocidio, patriarcato, fascismo, che non servono a descrivere la realtà ma a dividere il mondo in puri e colpevoli. Hannah Arendt ha scritto che una società scivola verso il totalitarismo quando un’ideologia cerca di sostituire tutte le tradizioni e le istituzioni che l’hanno preceduta. E questa ideologia vive di polarizzazione: il suo carburante è un odio a sfondo compassionevole, rivolto prima di tutto contro l’Occidente stesso, contro la sua storia, contro l’eredità che dovremmo custodire. È la balcanizzazione dell’opinione, cioè la diversità trasformata in un nuovo dogmatismo, gruppi trincerati dietro convinzioni refrattarie a ogni discussione.

 Una proposta: il fronte popolare del bene comune

Questo è l’antagonismo, quando l’altro diventa un nemico. L’agonismo è altro: posso discutere con il mio vicino su come gestire il fiume, ma entrambi amiamo quel fiume. E qui si inserisce l’idea di “fronte popolare del bene comune”. Un movimento di persone che nasce da un sentimento condiviso: la volontà di custodire ciò che ci è stato consegnato da chi non c’è più e che abbiamo il dovere di trasmettere a chi verrà. Un fronte che unisce spiriti affini ma diversi: l’agricoltore e l’associazione ambientalista, la chiesa locale e l’urbanista che difende la bellezza delle città, l’artigiano e l’amministratore locale, il conservatore e l’uomo di sinistra che ha riscoperto il valore del lavoro, del luogo e della famiglia. Questo fronte non vuole semplicemente abbattere le élite perché il rischio è poi di sostituire semplicemente una struttura di potere con una nuova, spesso più dura. Il fronte del bene comune propone un mescolamento autentico e concreto, da cui nasca un’élite nel senso classico del termine, che vive il proprio privilegio come un obbligo verso chi ha meno. Deneen la chiama “costituzione mista”. La traduco così: élite che tornano a essere custodi del bene comune, e un popolo di buon senso che ha il diritto di pretendere di meglio da loro. È l’agonismo applicato alla politica. Resta fuori da questo fronte chi concepisce la politica come guerra al nemico e la società come materia da riprogettare. Il radicalismo si definisce sempre contro qualcosa, e per questo non costruisce nulla. Il fronte del bene comune si definisce per qualcosa: un luogo, un’eredità, una comunità. Ed è proprio questo a renderlo l’alternativa più credibile.

 Una mappa per il prossimo decennio

Il fronte ha bisogno di strumenti per affrontare le decisioni più importanti da prendere nel presente e per il futuro.

Primo: il governo locale. Le decisioni che riguardano un territorio vanno restituite a chi lo abita, secondo il principio di sussidiarietà. Le township del New England che Tocqueville ammirava erano scuole di libertà, dove i cittadini imparavano l’autogoverno e i doveri reciproci.

Secondo: il territorio come azione politica. Politica è l’associazione di cittadini che tutela un parco o una zona rurale; è la protezione del paesaggio e della bellezza; è l’agricoltore che difende produzioni e saperi locali. Le regole ambientali per agricoltura, allevamento e pesca vanno scritte con chi vive della terra, non contro di loro. Non si difende la natura distruggendo la società che la abita.

Terzo: un’economia basata sulla proprietà diffusa. Solo la proprietà garantisce indipendenza e partecipazione. Chi possiede un pezzo di terra o una bottega se ne prende cura; chi non possiede nulla diventa spettatore, o cliente. Per questo vanno difese le piccole imprese e l’artigianato contro la concentrazione del capitale.

Quarto: la nazione come cornice. Non come retaggio ideologico, ma come la casa più grande che protegge le comunità più piccole. E solo tra nazioni che si riconoscono nelle loro differenze si può costruire una cooperazione seria sui grandi temi globali, clima compreso. Cooperazione, non omologazione imposta per via normativa.

Conclusione: tornare all’incanto

Tutto questo ha una radice più profonda della politica. Quando entriamo in una chiesa di campagna o camminiamo in un paesaggio che altri hanno custodito prima di noi, sentiamo che il mondo non si riduce a un algoritmo o a un bilancio di emissioni. È da quello stupore che nasce la cura. Serve dunque un pensiero radicale, che torni alle radici: onesto e coraggioso, ma morbido e gentile. Forse non tocca a noi salvare il pianeta. Tocca a noi ricucire le separazioni e imparare di nuovo ad amare un luogo. Se ciascuno si prenderà cura del proprio, il pianeta sarà in buone mani.