
La lezione del passo dei Giovi: quando una ferrovia avvicinò Torino e Genova
A cura di Nello Simonelli
Tra le opere che meglio raccontano la trasformazione dell’antico Regno di Sardegna vi fu la ferrovia Torino-Genova, inaugurata il 20 febbraio 1854.
Non era soltanto una nuova linea ferroviaria. Collegava la capitale politica del Regno con Genova, il suo principale porto, attraversando territori differenti per storia, caratteristiche economiche e identità. Il Piemonte e la Liguria, del resto, appartenevano allo stesso Stato soltanto dal 1815, quando la Repubblica di Genova era stata annessa al Regno di Sardegna dopo il Congresso di Vienna.
A rendere particolarmente significativa l’opera era la sfida posta dall’Appennino ligure. Per raggiungere Genova la ferrovia doveva superare il passo dei Giovi, affrontando pendenze e difficoltà tecniche che fecero di quel tratto una delle realizzazioni più impegnative della prima stagione ferroviaria italiana.
Proprio sui Giovi la modernizzazione cessava di essere una parola astratta e diventava qualcosa di materiale: gallerie, ponti, binari, locomotive e soluzioni tecniche capaci di superare una barriera naturale che per secoli aveva separato il Piemonte dal mar ligure.
Ma la Torino-Genova racconta qualcosa di ancora più interessante e soprattutto attuale.
Collegare le due città significava mettere in comunicazione il centro politico del Regno col suo principale sbocco commerciale sul Mediterraneo, rendere più rapida la circolazione di persone, merci e informazioni e avvicinare interessi economici che si erano sviluppati all’interno di realtà politiche differenti. La nuova infrastruttura contribuì anche a rendere più stretti i rapporti tra Torino e Genova e ad attenuare rivalità e diffidenze che l’unione politica del 1815 non aveva automaticamente cancellato.
Questo è uno degli aspetti meno appariscenti della costruzione di uno Stato: appartenere alla stessa entità politica non significa necessariamente sentirsi parte dello stesso spazio economico e territoriale.
Una frontiera può essere eliminata con un trattato, un territorio può essere incorporato attraverso una decisione diplomatica, le istituzioni possono essere uniformate attraverso le leggi. Ma affinchè comunità differenti comincino realmente a condividere uno stesso spazio occorrono anche strade, ferrovie, commerci e collegamenti capaci di modificare concretamente le relazioni tra i territori.
La Torino-Genova contribuiva anche a questo: riduceva la distanza tra il territorio disegnato sulle carte e quello realmente vissuto dalle persone.
Le infrastrutture, dunque, non servivano soltanto a far crescere l’economia. Aumentavano la capacità dello Stato di connettere i propri territori e, nello stesso tempo, rendevano questi ultimi interdipendenti.
Prima ancora dell’Unità, nel Regno si sperimentava una questione destinata ad accompagnare tutta la successiva storia nazionale: uno Stato non è unito solo perché i suoi territori appartengono alla stessa autorità politica. Deve essere capace di metterli in comunicazione.
Cavour fu il primo a capirlo, oggi l’Italia deve riscoprirne la lezione.





