Occupazione, innovazione e avanguardia: i dati attesi sul nucleare in Italia

A cura di Francesco Carbone

La legge delega approvata il 23 settembre apre una nuova fase per il sistema energetico nazionale. Dai piccoli reattori modulari alla competitività delle imprese, il nucleare può diventare uno dei pilastri della futura strategia industriale italiana.

117 mila nuovi posti di lavoro, un impatto economico annuale potenzialmente superiore a 50 miliardi di euro e oltre 70 aziende italiane già attive nella filiera nucleare internazionale.

Sono questi alcuni dei numeri che accompagnano il ritorno dell’Italia nel settore dell’energia elettronucleare, dopo l’approvazione definitiva della legge delega al Senato, avvenuta il 23 settembre 2026.

Si tratta di stime economiche legate alla concreta realizzazione di un programma nucleare nazionale, ma sufficienti a comprendere come la questione vada ben oltre la semplice produzione di energia elettrica.

Il nucleare rappresenta infatti un’opportunità di sviluppo per un’intera filiera industriale che coinvolge ingegneria, meccanica di precisione, automazione, elettronica, sistemi di controllo, metallurgia e ricerca scientifica.

Anche le associazioni di categoria del mondo produttivo hanno manifestato entusiasmo per questa prospettiva, riconoscendo nel nucleare una possibile leva per rafforzare la competitività delle imprese e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

Non partiamo da zero. Partiamo da un patrimonio industriale e scientifico che attende di essere valorizzato anche sul territorio nazionale.

 

SMR: piccoli reattori, grandi prospettive industriali

Il ritorno al nucleare non significa necessariamente riproporre il modello delle grandi centrali costruite nel secolo scorso.

L’evoluzione tecnologica sta orientando una parte importante degli investimenti internazionali verso gli Small Modular Reactor, comunemente identificati con l’acronimo SMR.

Si tratta di reattori modulari di piccola taglia, generalmente caratterizzati da una potenza elettrica fino a 300 MW per singolo modulo, progettati per favorire la standardizzazione dei componenti e la replicabilità industriale.

Un SMR da 300 MW, ipotizzando 8.000 ore equivalenti annue di funzionamento, potrebbe produrre circa 2,4 TWh di energia elettrica ogni anno.

Per comprendere meglio questa dimensione, dieci reattori con tali caratteristiche potrebbero generare complessivamente 24 TWh annui.

Il vantaggio potenziale della modularità risiede nella possibilità di realizzare componenti standardizzati in stabilimento, riducendo alcune delle complessità costruttive tipiche dei grandi impianti nucleari.

I reattori di Generazione III+ rappresentano un’evoluzione delle tecnologie attuali, con sistemi di sicurezza avanzati e dispositivi passivi capaci di intervenire sfruttando principi fisici quali gravità e circolazione naturale dei fluidi.

Gli Advanced Modular Reactor, spesso associati alle tecnologie di quarta generazione, rappresentano invece un ulteriore orizzonte tecnologico, con soluzioni innovative per la gestione del combustibile e il raffreddamento dei reattori.

La loro maturità industriale dovrà essere valutata caso per caso, distinguendo le tecnologie già disponibili da quelle ancora in fase di sviluppo.

 

Il vero vantaggio economico: stabilizzare il prezzo dell’energia

Uno degli aspetti sui quali ritengo necessario concentrare maggiormente l’attenzione riguarda il costo dell’energia elettrica.

Troppo spesso il dibattito pubblico si limita a chiedere se il nucleare farà diminuire le bollette degli italiani.

La questione, dal punto di vista tecnico ed economico, è più articolata.

Il principale vantaggio del nucleare non consiste necessariamente nella promessa di una riduzione immediata del prezzo del kilowattora, ma nella possibilità di introdurre nel sistema una produzione meno esposta alla volatilità delle materie prime.

Un impianto nucleare presenta una struttura economica caratterizzata da investimenti iniziali particolarmente rilevanti, distribuiti su una vita operativa che può raggiungere diversi decenni.

Una volta entrato in esercizio, tuttavia, il costo di produzione dipende in misura relativamente contenuta dal prezzo dell’uranio.

Diversamente, una centrale termoelettrica alimentata a gas naturale presenta una componente variabile direttamente collegata al costo del combustibile.

Questo significa che un aumento del prezzo del gas può trasferirsi rapidamente sul costo di generazione elettrica, mentre un incremento del prezzo dell’uranio produce generalmente un effetto molto più limitato sul costo complessivo dell’energia nucleare.

Le stime di settore indicano un costo livellato di generazione nucleare compreso tra 70 e 110 dollari per MWh, pur con differenze significative legate alla tecnologia, ai tempi di costruzione e al costo del capitale.

Ma il dato politico-industriale rimane centrale.

Per un’impresa manifatturiera, poter programmare il costo dell’energia su un orizzonte pluriennale può essere importante quanto ottenere un prezzo particolarmente conveniente nel breve periodo.

Significa poter pianificare investimenti, definire contratti commerciali, assumere personale e competere sui mercati internazionali con una maggiore prevedibilità dei costi produttivi.

La stabilità energetica diventa così uno strumento di programmazione industriale.

 

Sovranità energetica significa anche sicurezza industriale

Quando parliamo di sovranità energetica dobbiamo comprendere che non significa necessariamente produrre sul territorio nazionale ogni singola materia prima necessaria al nostro fabbisogno.

Significa disporre di un sistema energetico diversificato, tecnologicamente avanzato e meno esposto alle oscillazioni dei mercati internazionali.

L’Italia ha costruito una parte rilevante della propria produzione elettrica attorno al gas naturale, una risorsa prevalentemente importata e il cui prezzo risente delle tensioni geopolitiche e degli equilibri commerciali internazionali.

Questa dipendenza costituisce un elemento di vulnerabilità per un sistema industriale caratterizzato da numerose attività energivore.

Il nucleare introduce una componente differente nel mix nazionale: una fonte programmabile, a basse emissioni e capace di produrre energia elettrica continuativamente, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.

Non si tratta di contrapporre il nucleare alle fonti rinnovabili, ma di comprenderne la complementarità.

Fotovoltaico ed eolico contribuiscono alla decarbonizzazione del sistema elettrico, mentre la produzione nucleare può garantire una disponibilità continuativa di energia, riducendo la necessità di ricorrere alla generazione fossile nelle ore caratterizzate da scarsa produzione rinnovabile.

La vera sfida consiste nel costruire un mix energetico capace di assicurare contemporaneamente sicurezza, sostenibilità e competitività.

 

Dalla legge delega alla nuova industria nucleare italiana

L’approvazione parlamentare rappresenta l’inizio di una fase particolarmente impegnativa.

Il Governo dovrà definire il nuovo quadro normativo nazionale, disciplinando la produzione di energia, le autorizzazioni, la sicurezza nucleare e la gestione dei materiali radioattivi.

La concreta realizzazione del programma richiederà inoltre un quadro regolatorio stabile, procedure autorizzative rigorose e un modello economico capace di attrarre investimenti di lungo periodo.

Sarà altrettanto importante affrontare con trasparenza la localizzazione degli impianti, la gestione del combustibile esaurito e il coinvolgimento delle comunità territoriali.

Non possiamo pensare di ricostruire una filiera industriale di questa complessità attraverso annunci o semplificazioni.

Serviranno competenze, ricerca, investimenti e una programmazione capace di accompagnare il Paese per diversi decenni.

L’Italia possiede già le competenze scientifiche, le capacità manifatturiere e un sistema imprenditoriale che possono contribuire concretamente allo sviluppo della nuova industria nucleare europea.

La legge delega approvata il 23 settembre apre la possibilità di valorizzare questo patrimonio attraverso una strategia nazionale di lungo periodo.

La sovranità energetica costituisce una delle condizioni necessarie per rafforzare la sovranità industriale di una nazione.

Un Paese che non dispone di energia sicura, programmabile e competitiva rischia di vedere progressivamente indebolita la propria capacità manifatturiera.

Una necessità destinata ad assumere un peso crescente con l’elettrificazione dei consumi, lo sviluppo dei data center, l’intelligenza artificiale e la trasformazione tecnologica dell’industria.

Per questa ragione il ritorno al nucleare deve essere interpretato attraverso una prospettiva molto più ampia rispetto alla semplice costruzione di nuove centrali.

Il risultato dipenderà dalla capacità di trasformare il nuovo quadro legislativo in investimenti, formazione, infrastrutture e produzione industriale.

Perché il vero obiettivo non è semplicemente tornare a produrre energia nucleare. È mettere l’Italia nelle condizioni di produrre l’energia necessaria a sostenere la propria industria, sviluppare nuove competenze e programmare il proprio futuro economico con maggiore autonomia.