La decarbonizzazione non impedirà gli effetti del cambiamento climatico

di Corrado Clini

 

Copernicus Climate Change, il programma europeo di osservazione della Terra, ha rilevato che il 2024 è stato l’anno più caldo negli ultimi 175 anni dall’inizio della rivoluzione industriale, con un aumento della temperatura media, rispetto al periodo preindustriale, che ha superato 1,5°C ovvero l’obiettivo “di sicurezza” indicatodall’accordo di Parigi.

I dati di Copernicus sono gli stessi dell’Agenzia per gli Oceani e l’Atmosfera (NOAA) del governo USA, che negli ultimi 10 anni ha messo in evidenza la “nuova normalità del clima” caratterizzata da tre fenomeni tra loro concatenati: aumento della temperatura – in particolare dei mari e degli oceani -, associato alla maggiore frequenza e intensità di fenomeni estremi (uragani, piogge torrenziali circoscritte in un breve periodo di tempo, inondazioni, siccità prolungate), e allo scioglimento accelerato dei ghiacci in Artico, Antartide, Tibet Plateau, Alpi.

L’effetto complessivo è quello di perdite di vite umane e danni rilevanti per infrastrutture e insediamenti urbani, alluvioni, incendi, erosione costiera, riduzione delle produzioni agricole e della pesca.

 

La decarbonizzazione non impedirà gli effetti del cambiamento climatico

L’aumento della temperatura è attribuito alla crescita della concentrazione in atmosfera dei gas ad effetto serra (CO2 e metano principalmente) provocata prevalentemente dall’impiego dei combustibili fossili. Considerato che i tempi di permanenza in atmosfera di CO2 sono di almeno 100 anni, e 20 quelli del metano, i gas già accumulati sono all’origine della crisi climatica in atto.

Come ricordato nella premessa della Strategia per l’Adattamento e la Resilienza dell’Europa ai Cambiamenti Climatici approvata nel 2021: “Arrestare tutte le emissioni di gas a effetto serra comunque non impedirà gli effetti dei cambiamenti climatici che sono già in atto e che proseguiranno per decenni”. Ovvero, dobbiamo aspettarci un aumento progressivo della temperatura con i conseguenti effetti e costi.

 

Il paradosso dell’Europa: l’economia più avanzata verso la decarbonizzazione è la meno competitiva nel mercato globale della decarbonizzazione e la più esposta ai cambiamenti del clima.

La UE attualmente contribuisce al 6,40% delle emissioni globali, con un consumo pro capite di 5,60 tonnellate che è l’indicatore di elevata efficienza energetica dell’economia (in USA il procapite è di 14,95; in Russia 11,45; in Giappone 9,76; in Cina 7,44). Questi dati spiegano che la riduzione entro il 2030 del 55% delle nostre emissioni non ha effetti rilevanti sulla riduzione delle emissioni globali (-1,5%).

L’obiettivo del Green Deal era quello di raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050 con un pacchetto di misure in grado di associare la “crescita verde” alla competitività dell’economia europea. I dati suggeriscono che – dopo 5 anni – l’economia europea è quella più avanzata verso la decarbonizzazione, ma allo stesso tempo la meno competitiva nei mercati emergenti dell’innovazione tecnologica e della decarbonizzazione per la scarsa capacità di sviluppo di soluzioni e tecnologie made in Europe: l’Europa importa la maggior parte delle materie prime e delle tecnologie per la decarbonizzazione. Il fallimento della società svedese NORTHVOLT, campione dell’ambizioso progetto europeo per rendere l’Europa autonoma e competitiva nella produzione delle batterie, è l’indicatore della marginalità europea nel mercato globale della decarbonizzazione.

I dati pubblicati dall’Agenzia Europea dell’Ambiente e dal Joint Research Centre della Commissione Europea rilevano che:

  • nell’ultimo decennio la temperatura in Europa è cresciuta più velocemente rispetto alle altre regioni del pianeta: l’aumento è di circa 2,5°C, già un grado oltre il “limite di sicurezza” di 1,5°C indicato dalla comunità internazionale;
  • crescono i danni provocati dagli eventi climatici estremi (siccità, tempeste di acqua e vento, allagamenti, ondate di calore) sia in perdite di vite umane, sia in danni rilevanti alle infrastrutture ed agli insediamenti urbani, senza considerare la crisi di produttività agricola;
  • il costo medio annuale degli eventi estremi ha superato – nel 2021-2023 – 52 miliardi di euro, ben oltre i livelli previsti nel caso in cui l’aumento della temperatura fosse contenuto in 1,5 °C (40 miliardi/anno secondo il Joint Research Centre della Commissione Europea). Il costo medio per abitante in Europa è stato di circa di € 120, con molte variazioni: in Italia si è raggiunto il valore record di € 284, in Spagna di € 221, in Ungheria € 214 (European House Ambrosetti);
  • considerando la tendenza attuale dell’aumento della temperatura globale (2-3°C) si può prevedere il raddoppio dei costi annuali entro la prossima decade. In particolare, nel caso in cui non venissero adottate misure di prevenzione dei rischi connessi all’aumento del livello del mare, il costo aggiuntivo annuale a causa delle inondazioni costiere dell’Europa potrebbe aumentare fino a 150 miliardi di dollari.

 

Il “Climate Divide” in Europa e l’inversione delle priorità

A fronte di questi dati, e nonostante la “Strategia Europea di adattamento ai cambiamenti climatici”, nel “pacchetto” Green Deal le misure e i finanziamenti per l’adattamento hanno un ruolo marginale rispetto alle misure per la decarbonizzazione. Ovvero, le misure per la protezione del territorio dagli eventi climatici estremi sono prevalentemente a carico dei singoli Stati Membri, e di conseguenza l’efficienza delle misure è condizionata dalla disponibilità delle risorse nazionali: questa è la ragione del progressivo “climate divide” che sta introducendo un nuovo fattore di divisione in Europa.

Questa è un’inversione delle priorità, perché la decarbonizzazione dell’economia europea genera un valore aggiunto marginale rispetto alle misure per la protezione dei territori dagli eventi climatici estremi: la resilienza dell’Europa è l’infrastruttura necessaria per la sicurezza, la modernizzazione e la competitività dell’economia europea. Gli interventi necessari sono trasversali a tutti i settori dell’economia e, diversamente da quanto avvenuto fino ad ora, non sono le “pezze” per ristabilire la situazione preesistente ma il risultato di progettazione e tecnologie innovative per modificare gli usi del suolo e le infrastrutture” critiche” del secolo scorso e dei secoli precedenti che non reggono l’impatto del nuovo regime climatico:

  • adeguare o rilocalizzare le infrastrutture (acqua, energia, ferrovie e autostrade, reti elettriche) esposte ad alluvioni e frane;
  • proteggere le coste del Mediterraneo e dell’Atlantico dall’erosione e dall’innalzamento del mare;
  • de-cementificare le aree urbane per aumentare il drenaggio delle acque di pioggia;
  • conservare le acque di pioggia con bacini di laminazione;
  • desalinizzare l’acqua del mare per la fornitura di acqua per agricoltura e industria in periodi di siccità;
  • proteggere gli ecosistemi naturali e le produzioni agricole della regione mediterranea e del sud Europa anche con l’impiego di colture resistenti alla tropicalizzazione e al degrado dei suoli;
  • proteggere gli ecosistemi naturali nelle regioni montuose (Alpi, Pirenei, Carpazi) dai rischi di desertificazione per lo scioglimento dei ghiacciai;
  • proteggere le foreste dalle già estese patologie connesse alla combinazione dello stress termico con l’azione di parassiti e insetti, e riforestare le aree devastate dagli eventi climatici estremi;
  • assicurare servizi ben distribuiti per affrontare le crisi sanitarie provocate dalle ondate di calore.

 

Aggiornare obiettivi e misure del Green Deal

  1. Adattamento ai cambiamenti climatici e protezione del territorio.

È prioritario adottare un programma a lungo termine (almeno 10 anni), finanziato con un fondo comune europeo per mettere in sicurezza il territorio dagli eventi climatici estremi, adeguare le infrastrutture alla “nuova normalità” del clima, evitare l’allargamento del “climate divide”.

  1. Concentrare e orientare gli investimenti europei in ricerca e sviluppo su soluzioni avanzate per la decarbonizzazione.

È necessario dare priorità a investimenti “mirati” per la progettazione e la produzione di soluzioni innovative rispetto a quelle già disponibili, e competitive nel mercato globale della decarbonizzazione. Come ha rilevato Mario Draghi “la UE ha un importante programma per la R&I – Horizon Europe – con un budget di quasi 100 miliardi di euro. Ma è distribuito su troppi campi e l’accesso è eccessivamente complesso e burocratico.”

L’Europa deve recuperare la capacità di valorizzare le competenze nella ricerca di base per sostenere lo sviluppo delle soluzioni e tecnologie finalizzate sia all’adattamento ai cambiamenti climatici sia alla decarbonizzazione.

  1. Introdurre meccanismi di flessibilità e premiali nelle misure del Green Deal

Gli obiettivi e le misure previste dal Green Deal e dal pacchetto legislativo approvato tra il 2021 e il 2024 dovrebbero essere ricondotti all’obiettivo di far convergere la crescita dell’economia verde con la competitività dell’Europa. È necessario trasformare le misure “punitive” in stimoli positivi per la crescita sostenibile, e in questa prospettiva va orientata la revisione delle misure per le emissioni delle auto, le “case green”, i prodotti fitosanitari, il ripristino della natura.

  1. Accelerare la realizzazione delle reti elettriche transeuropee

Le reti sono l’infrastruttura necessaria per assicurare l’elettrificazione degli usi finali dell’energia e la crescita delle fonti rinnovabili e del nucleare nel mix energetico europeo. Sarà prioritaria la realizzazione dei 3 corridoi Nord-Sud Europa Occidentale, Nord-Sud Europa Centro Orientale, e Mercato Energetico del Baltico.

  1. Promuovere la produzione europea di gas naturale ed energia nucleare

L’atto complementare sul clima alla Tassonomia Verde del 2 febbraio 2022 inserisce l’impiego del gas naturale e dell’energia nucleare tra le attività possibili nella transizione energetica.

L’aumento della produzione europea di gas naturale (oggi pari al 14% dei consumi) e dell’energia nucleare (oggi il 24% dell’elettricità) avranno l’effetto di ridurre la dipendenza e sostenere la crescita dell’autonomia energetica dell’Europa. La crescita dell’energia elettrica prodotta dal nucleare contribuisce alla riduzione delle emissioni di CO2, e dunque è un pezzo importante per la decarbonizzazione dell’Europa.