Cina e Ue: due politiche energetiche a confronto

di Fabio Garella*

Poiché il panorama economico mondiale è in gran parte globalizzato, può essere utile fare un confronto fra le politiche energetiche europee e quelle cinesi, considerando le relative conseguenze per le rispettive imprese. Abbiamo quindi una prima impostazione che parte da presupposti rigidamente ideologici, adotta la pianificazione economica pluriennale, è gestita da burocrati centralizzatori senza tenere conto delle esigenze del mercato, risultando fortemente dirigista e volendo imporre alle imprese cosa produrre e ai consumatori cosa acquistare. Una seconda impostazione appare pragmatica, prudente e flessibile, è gestita da un personale altamente qualificato, non ha un atteggiamento punitivo nei confronti delle imprese, ma anzi cerca di aiutarle con ogni mezzo al fine di garantire loro energia abbondante a basso costo in qualsiasi situazione, anche di fronte a scenari di crisi internazionale.

Anche se a prima vista qualcuno potrebbe credere il contrario, la prima impostazione è quella europea e la seconda è quella cinese. Purtroppo, infatti l’Unione Europea, in particolare da quando Franz Timmermans era Vicepresidente della Commissione (2019), porta avanti una politica energetica fortemente ideologica, tutta basata sulla progressiva decarbonizzazione a tappe forzate in un unico Continente che produce però solo il 6% della CO2 mondiale e ha una dipendenza energetica dall’estero del 57%. Con l’intenzione di ottenere il primato assoluto nella lotta al surriscaldamento del Pianeta – adesso chiamato, più genericamente e prudentemente, “cambiamento climatico” – l’UE non esita ad applicare crescenti penalizzazioni economiche a carico delle sue imprese energivore (chimica, meccanica, vetro, carta, acciaio, ceramica, cemento, manifattura, siderurgia, gomma e plastica). Un esempio fin troppo conosciuto della insensatezza delle politiche green europee è la progressiva distruzione della fu prestigiosa industria automobilistica del Vecchio Continente.

L’obbligo di immatricolare solo auto elettriche dal 2035 (di recente, solo modestamente, ritoccato) è un esempio di dirigismo statalista degno della più ottusa pianificazione economica (che non esiste in Cina dove, notoriamente, si fabbricano ottime auto elettriche a costi molto contenuti). Dopo aver creato allarme – come si fa sempre in politica quando si vogliono imporre soluzioni autoritarie – si è voluto imporre una drastica soluzione a favore delle sole auto elettriche, soluzione ignorata dal resto del Mondo che semmai, in parte, si indirizza realisticamente verso le automobili ibride e comunque lascia al consumatore libertà di scelta, come peraltro dovrebbe accadere in una economia di mercato.

Al contrario, l’analisi delle politiche energetiche cinesi offre un impietoso elemento di confronto con quanto appena descritto nella UE. Infatti la Cina (che emette almeno il 33 % della CO2 mondiale), più o meno nello stesso periodo in cui si perfezionava il Green Deal europeo, ha brillantemente accantonato un momento di relativa debolezza energetica nel 2021 e, con massicci investimenti, ha attualmente superato la dimensione complessiva della rete elettrica statunitense, fra l’altro con un incremento di 543 GW nel solo 2025. Con prudenza, lungimiranza e pragmatismo la Cina ha sviluppato una politica energetica che garantisce al suo sistema produttivo un abbondante mix di energie a costi contenuti.

Questa politica energetica è funzionale anche alla prevista, ulteriore modernizzazione del suo sistema industriale nei settori altamente energivori della intelligenza artificiale, dei data center, della robotica avanzata, dei materiali innovativi, della chimica fine e del trasporto elettrico, tutti ambiti che richiedono molta energia continua e a costi non eccessivi. Con certezza la Cina attua, giustamente, anzitutto una fortissima espansione nel settore delle energie rinnovabili con enormi parchi fotovoltaici ed eolici, avendo una capacità produttiva a basso costo che consente anche una notevole esportazione di pannelli e di pale eoliche. Ha il controllo di oltre il 60% delle materie prime critiche e delle terre rare, raggiunto, anzitutto in Africa, senza politiche coloniali o interventi militari, ma con operazioni politico-economico-finanziarie abbastanza ben elaborate.

Per completare il quadro con riferimento alle energie rinnovabili, la Cina è anche leader assoluto riguardo ai sistemi di accumulo con enormi impianti al litio, al vanadio e al carburo di silicio (vedi l’impianto da 200 MW installato dalla Sungrow di Haifei in Belgio). Quello però che i cantori delle sole energie rinnovabili tendono a sottacere è che la Cina ha anche 59 reattori nucleari, ne sta costruendo altri 38 (e progettando almeno altri 150), ha un accordo con la Russia per l’importazione di 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno con un nuovo gasdotto, importa 11 milioni di barili di petrolio al giorno, raffina 18 milioni di barili di benzina al giorno essendo il leader mondiale nel mercato della benzina.

Inoltre, malgrado la Cina consumi già metà dell’energia mondiale prodotta con il carbone, continuerà a costruire centrali a carbone almeno fino al 2027 poiché il carbone rappresenta la sua energia di base ed è notoriamente a basso costo. Secondo quanto riporta Rampini nel suo ultimo interessante libro, “Pane e cannoni”, la Cina ha installato, nel solo 2025, ben 50 nuove centrali elettriche a carbone. In altre parole, dei suddetti 543 GW installati nel 2025, 95 GW sono appunto provenienti da nuove centrali a carbone e a gas. Oltre ad avere già una notevole potenza idroelettrica installata, la Cina ha enormi progetti in questo settore principalmente in Tibet. Solo i nostri ambientalisti estremisti mettono in luce le rinnovabili come principale, se non addirittura unica linea di sviluppo energetico della Cina, ma ciò, semplicemente, non è vero.

In sintesi, la Cina ha invece una politica energetica a 360 gradi, che mira ad avere un ampio mix di fonti energetiche, sia proprie che derivanti da vari Paesi stranieri, oltretutto situati in diverse aree del Mondo, in modo da garantirsi sempre un adeguato apporto di energia a basso costo, anche in caso di eventuali crisi internazionali. La scelta della Cina di dotarsi di un ampio mix energetico, oltre che a motivi di natura geostrategica ed economica, risponde anche a noti criteri tecnici che ben conoscono coloro che si occupano di energia. E’ infatti noto (e confermato dal recente blackout spagnolo dell’aprile del 2025) che una rete elettrica basata sulle sole rinnovabili in senso stretto (eolico e fotovoltaico) o comunque su un eccesso di rinnovabili non è dotata di una sufficiente continuità, ma principalmente non è dotata di una sufficiente stabilità a causa della mancanza di un adeguato numero di produttori che garantiscono l’inerzia sincrona con l’assorbimento variabile della rete elettrica. Questi produttori sono solo quelli che utilizzano le turbine delle centrali nucleari, a carbone, a gas o idroelettriche che azionano i generatori e che sono sincronizzate con la frequenza della rete elettrica a 50 Hz.

Anche la Spagna, dopo il blackout, ha aumentato le importazioni di gas e ha tentato di attenuare l’instabilità della sua rete comprando un miliardo di euro di compensatori sincroni (gli impianti eolici e fotovoltaici producono infatti corrente continua che viene convertita in alternata mediante inverter, ma non sono in grado di sostituire la funzione di inerzia sincrona con la rete garantita dalle turbine). Anche la Cina peraltro promette la decarbonizzazione nel 2060, ma, essendo un’autocrazia, potrà spostare questa data a suo piacimento e nessuno potrà imporle nulla in danno del suo sistema produttivo, mentre le imprese dei Paesi europei sono gravate dagli obblighi sanzionati derivanti dal piano europeo di decarbonizzazione che prevede controlli e penalità a scadenze periodiche ravvicinate.

Non occorre attendere un lontano futuro per vedere gli effetti disastrosi delle politiche europee degli ultimi anni nel settore energetico: come ha denunciato anche il Presidente di Confindustria Orsini in una conferenza stampa a Bruxelles del 18 marzo 2026, nell’ultimo anno la Cina ha incrementato le esportazioni del 32% in Europa che ha, a sua volta incrementato le importazioni del 32%, perdendo 1 milione di posti di lavoro tra diretti e indiretti. Il Presidente Orsini ha continuato sostenendo che “è l’ultima chiamata per l’industria europea e per la competitività della UE. Siamo di fronte ad una deindustrializzazione dell’Europa e per noi è una grande preoccupazione. Abbiamo bisogno che la UE cambi passo. E occorre fare presto. È necessario sospendere l’ETS e c’è bisogno di debito comune perché è in gioco la competitività e la coesione sociale. Prima del conflitto il prezzo dell’energia era di 106 euro a Mwh, oggi siamo a 160 euro… L’ETS nasce in una fase diversa: nel 2019 aveva un costo di 6 euro a tonnellata, oggi è di 86 euro a tonnellata”.

Inutile ricordare, ancora una volta, che l’Europa produce il 6% della CO2 mondiale, la Cina il 33%, gli USA il 15%, l’India l’8% e la Russia il 5%. Ciò che dovrebbe essere chiaro è, in sintesi, che la politica energetica europea di decarbonizzazione totale a tappe forzate entro il 2050 (con una prima tappa intermedia di decarbonizzazione al 55% entro il 2030 e un’altra tappa intermedia al 90% entro il 2040) non ha alcun senso anche per chi pensa, in questo modo, di salvare il Mondo dai cambiamenti climatici. L’unico effetto che si ottiene sicuramente con queste politiche energetiche, attuate in un mercato competitivo globale, è la penalizzazione delle industrie del Vecchio Continente, considerando che, come afferma sempre il Presidente di Confindustria Orsini, l’energia è il primo costo industriale per le imprese. Infatti, anche se altre realtà nel Mondo hanno adottato limitate forme di carbon tax, si tratta di provvedimenti molto leggeri o relativi a realtà marginali o frammentate (in USA solo la California e alcuni Stati della Costa Est, poi il Canada, pochissimi Stati del Sud America, la Nuova Zelanda e il Sud Africa). Le politiche energetiche europee sono infatti diverse da tutte le altre proprio per il loro carattere drastico, stringente e sanzionatorio, basato su divieti e imposizioni, sistema che ha preso il posto dei vecchi meccanismi fondati sugli incentivi a favore della decarbonizzazione.

Di questa impostazione è testimonianza ulteriore la prevista introduzione del 2027 o dal 2028 del nuovo sistema dell’ETS 2 (Emission Trading System 2) che si aggiunge all’ETS 1. Con il nuovo sistema ETS 2 si mira a colpire in particolare i trasporti, gli edifici e la piccola industria, con obblighi imposti ai fornitori di combustibili che faranno ricadere l’aumento dei costi sui prezzi finali per famiglie e imprese. L’Europa insiste nelle sue politiche energetiche basate solo sulle energie rinnovabili e sulla carbon tax anche di fronte ad una delle crisi più gravi del sistema energetico quale quella provocata dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dalla guerra fra USA, Israele e Iran. La Commissione, nell’aprile 2026, ha presentato infatti un modestissimo piano chiamato AccelerateEU, in cui, per fronteggiare l’emergenza, propone solo voucher energetici, leasing sociale per la diffusione di batterie, pannelli solari, pompe di calore e trasporti pubblici nonché la riduzione dei consumi domestici e la possibilità di aiuti di Stato. Nessun accenno quindi al blocco delle tasse ambientali (anzi confermate con entusiasmo), alla sospensione del Green Deal, alla spinta verso il nucleare (grazie al quale oggi la Francia ha un decimo della CO2 della Germania che ha rinunciato alle centrali atomiche), alla riapertura delle centrali a carbone, alla tassazione degli extra profitti del settore energetico o all’incentivo per lo smart working. Il suddetto, modesto piano europeo è stato presentato dalla Vicepresidente esecutiva della Commissione Teresa Ribera Rodriguez (spagnola del Partito socialista operaio e vera erede dell’impostazione di Franz Timmermans), dal Commissario per l’Energia, il socialdemocratico danese Dan Jorgensen e purtroppo dalla stessa Ursula Von der Leyen.

Si tratta della ennesima dimostrazione che le scelte energetiche europee sono ancora elaborate e gestite in prevalenza da una precisa componente politica della coalizione che sostiene l’attuale Commissione UE: l’Europa, di conseguenza, continua a perseguire anzitutto il primato mondiale nella decarbonizzazione anche a costo di danneggiare le sue imprese, mentre la Cina supporta anzitutto le sue imprese e il suo sistema produttivo, valutando anche, con saggezza ed equilibrio, alcune prospettive di decarbonizzazione nel lungo periodo. In altre parole, la Cina persegue lo scopo dell’autonomia energetica come suo principale interesse vitale, mentre l’Europa persegue la finalità, tutta ideologica, della sua supremazia mondiale in campo ecologico.

 

*avvocato e docente universitario