Blue economy, la sfida del Mar Tirreno laziale

di Alessandro Maola

C’è una parola che la cultura politica italiana ha spesso faticato a declinare con la giusta ambizione, preferendo confinarla nella rassicurante dimensione della contemplazione: mare. Per decenni, il litorale laziale è stato vissuto come paesaggio, veduta da cartolina o sfogo per il tempo libero. Ma nella grande grammatica della storia, il mare non è mai soltanto paesaggio o semplice bilancio: il mare è Potenza. È lo spazio vitale in cui una Nazione riafferma la propria sovranità e il proprio baricentro geopolitico. Un’Italia — e un Lazio — che voglia tornare a essere protagonista non può permettersi di guardare alle onde come a un confine liquido su cui arrestarsi. Deve tornare a pensare in grande, facendo del Tirreno un vettore di forza, una piattaforma da cui proiettare la propria assertività logistica, tecnologica e industriale nel cuore del Mediterraneo.

Questo risveglio strategico poggia oggi su numeri inequivocabili: il Lazio è la prima regione italiana per numero di imprese nell’economia del mare, superando le 35.000 unità operative. Roma domina con oltre 30.000 imprese, generando un valore aggiunto che nel 2023 ha raggiunto i 14,4 miliardi di euro, pari al 6,7% del PIL regionale. L’impatto sull’intera filiera sfiora i 37,2 miliardi, il 17,4% dell’economia laziale. Numeri che impongono di trattare il settore come la colonna portante del nostro destino industriale.

La regia unica e la forza dei fondi

L’asse portante di questa proiezione di potenza è il sistema Civitavecchia-Gaeta. Per concretizzarla, era necessaria una cesura politica: passare dalla frammentazione burocratica a una visione unitaria. La nomina di Roberta Angelilli a Commissario straordinario del Governo per l’area di Civitavecchia (gennaio 2026) ha segnato questo spartiacque. Cumulando le cariche di Vicepresidente della Regione, Assessore allo Sviluppo Economico e Commissario, Angelilli dispone di una leva amministrativa che permette di agire con la rapidità che l’industria richiede.

Il piano dei quattro pilastri (transizione energetica, rilancio industriale, innovazione e logistica) svelato a febbraio non è rimasto sulla carta. Dopo i 35 milioni di euro stanziati nel biennio 2023-2025 per la riqualificazione e l’internazionalizzazione, ad aprile 2026 la strategia ha fatto un salto di qualità sul fronte degli investimenti diretti. È diventato infatti operativo un bando da 20 milioni di euro, specificamente strutturato per attrarre nuovi player internazionali nell’area di crisi complessa di Civitavecchia.

Questa potenza di fuoco finanziaria rappresenta la prima tranche di un piano di reindustrializzazione da oltre 100 milioni di euro. L’obiettivo non è erogare sussidi, ma capitalizzare l’innesco di nuove filiere: idrogeno, cantieristica avanzata e componentistica per le rinnovabili offshore. La dismissione della centrale Enel di Torrevaldaliga Nord diviene così l’occasione per liberare spazi vitali, sostituendo le vecchie cattedrali energetiche con un hub logistico e industriale all’avanguardia. Il mare attira capitali, e i capitali costruiscono infrastrutture.

L’economia della bellezza e la qualità ambientale

In questa visione di affermazione industriale, l’ambiente non funge da limite, ma da moltiplicatore di valore. La governance ambientale e la Blue Economy sono i polmoni dello stesso organismo, concetto riassunto dall’assessore Elena Palazzo attraverso la formula dell'”economia della bellezza”. Un approccio che sta portando frutti concreti: ad aprile 2026 le rilevazioni sulle acque di balneazione laziali hanno certificato un livello “eccellente” nel 93% dei casi, eliminando del tutto le zone di qualità “scarsa”.

Una base imprescindibile per tutelare l’ecosistema e attrarre il turismo alto-spendente. Proprio su questo si innesterà, a metà maggio 2026, la “Blu Expo” di Gaeta, un evento che consacrerà la vocazione cantieristica e nautica del basso Tirreno, traducendo la legge regionale sulla Blue Economy in vetrina operativa.

Oltre il confine: il futuro come ritorno

Roma, del resto, non è mai stata soltanto terra. Per secoli è stata Ostia, il porto che nutriva l’Impero e ne garantiva la proiezione di forza nel mondo conosciuto. Riscoprire oggi questa vocazione lungo i 383 chilometri di costa regionale non significa cedere a nostalgie passatiste, ma impugnare gli strumenti del presente per forgiare il domani.
Il mare laziale ha smesso di essere il limite dove finisce la terra. È tornato a essere il punto esatto da cui inizia la nostra possibile potenza.