
Difesa o energia? Meloni frena sul riarmo europeo
A cura di Kevin Guarino
Il governo prende tempo. Sul tavolo di Palazzo Chigi c’è una delle decisioni più delicate degli ultimi mesi: aderire pienamente al programma SAFE dell’Unione Europea, il fondo da 150 miliardi destinato al rafforzamento della difesa comune, oppure rallentare per evitare contraccolpi politici e sociali. La scelta non riguarda soltanto la politica estera o i rapporti con Bruxelles, ma tocca direttamente i conti pubblici, il caro energia e gli equilibri della maggioranza.
Giorgia Meloni continua a ribadire che la sicurezza europea rappresenta una priorità strategica e che le spese per la difesa sono “il prezzo della libertà”. Tuttavia, nelle ultime settimane il governo ha assunto un atteggiamento più prudente sul ricorso ai prestiti SAFE. Dietro la cautela ci sono motivazioni economiche ma soprattutto politiche.
Il nodo principale riguarda infatti l’impatto sul bilancio dello Stato. Anche se i prestiti europei avrebbero condizioni vantaggiose, aumentare gli investimenti militari significherebbe comunque impegnare nuove risorse in una fase già complicata per famiglie e imprese. La crisi energetica continua infatti a pesare sui consumi e sulla produzione industriale, mentre il governo è impegnato a trovare margini finanziari per contenere bollette e inflazione.
Non è un caso che Meloni abbia intensificato il pressing su Bruxelles chiedendo maggiore flessibilità europea anche per gli interventi contro il caro energia. La linea dell’esecutivo è chiara: non si può spiegare agli italiani che esistono fondi e deroghe solo per la difesa, mentre mancano strumenti straordinari per sostenere cittadini e aziende. È una posizione che punta a tenere insieme fedeltà atlantica e tutela del consenso interno.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il contesto internazionale. I rapporti con l’America di Donald Trump rappresentano una variabile decisiva. Palazzo Chigi teme che un eventuale irrigidimento dei rapporti commerciali tra Stati Uniti ed Europa possa produrre effetti pesanti sull’economia italiana proprio alla vigilia della lunga campagna elettorale che porterà al voto del 2027. Per questo il governo prova a mantenere un equilibrio complesso: sostenere la linea occidentale senza apparire schiacciato sulle posizioni americane.
Anche all’interno dell’Unione Europea la situazione resta fluida. Bruxelles spinge gli Stati membri ad accelerare sugli investimenti militari, ma diversi governi chiedono maggiore elasticità sui vincoli di bilancio. L’Italia punta a evitare che il rafforzamento della difesa si trasformi in un costo politico interno troppo elevato. Il timore dell’esecutivo è che l’opinione pubblica possa percepire il riarmo come distante dalle priorità quotidiane degli italiani.
Per questo motivo Meloni continua a muoversi su un doppio binario. Da una parte conferma l’impegno dell’Italia nel quadro Nato e nei progetti europei di sicurezza; dall’altra insiste sulla necessità di destinare risorse anche all’emergenza energetica e alla crescita economica. Una strategia che punta a rinviare le decisioni più divisive, in attesa di capire l’evoluzione dello scenario internazionale e le reali aperture dell’Europa.
Il rinvio sul SAFE, dunque, non è soltanto una questione tecnica. È il riflesso di una partita molto più ampia che riguarda la tenuta dei conti pubblici, il consenso elettorale e il ruolo che l’Italia vuole giocare nei nuovi equilibri internazionali. Nei prossimi mesi il governo dovrà scegliere se accelerare sulla difesa europea oppure continuare a privilegiare le emergenze economiche interne. E da quella scelta dipenderà anche una parte importante della campagna politica verso il 2027





