
Come Boris Johnson e i Tories hanno spinto la transizione verde a destra
A cura di Alarico Lazzaro
Il G20 del 2021 a Roma fu uno degli eventi più seguiti a livello globale. Nell’ottica della ripresa post-pandemica, i grandi del mondo si riunirono nella Città Eterna per discutere di transizione verde, digitale, riduzione delle emissioni e delle disparità tra centro e periferia in un nascente ordine multipolare, tutti temi che sarebbero stati al centro della successiva e discussa COP26.
Tra i protagonisti di quella rassegna vi fu il Primo Ministro britannico Boris Johnson che da anni è uno dei volti più noti a livello globale per le battaglie legate all’ambientalismo green.
I tories sono infatti da decenni il volto più vincente dell’ecologia conservatrice, forti di una profonda tradizione che unisce il dinamismo economico alla difesa del verde e della natura, tra i connotati più iconici delle bellezze del Regno Unito.
Una green sacrality incarnata anche nelle opere che hanno reso immortale la letteratura britannica e che permettono di comprendere la profondità di un popolo.
Tra gli esempi più celebri, J. R. R. Tolkien configurò il disboscamento degli ENT, fratelli di Barbalbero, ad opera di Saruman, come il primo tassello per il trionfo del male e delle tenebre nella Terra di Mezzo, rappresentando le fitte radure di Hobbiville come la metafora di una natura benigna, in antitesi alle forze oscure.
C. S. Lewis, che in vita fu amico fraterno di Tolkien e per i posteri eterno autore de Le Cronache di Narnia, configurò metaforicamente con il ritorno di Aslan i temi della resurrezione spirituale, declinandoli attraverso una rinascita bucolica del verde e della natura.
Quando i quattro fratelli Pevensie attraversano per la prima volta l’armadio del Professor Diggory, rifugiatisi nelle campagne inglesi mentre Londra è scossa dai bombardamenti del Terzo Reich, Narnia si configura come uno scenario freddo e austero. Una strega ha lanciato una maledizione secolare e l’inverno è il suo vessillo.
Infine, sul fronte metapolitico, il filosofo Sir. Roger Scruton vedeva nell’ambientalismo la quintessenza della causa conservatrice. Lo scrisse dalla Sunday Hill Farm nel Whiltshire, da dove continuò per anni a difendere la cultura europea fino alla prematura scomparsa nel 2020.
Non sorprende, quindi, che i conservatori britannici abbiano avuto negli anni una maggiore propensione alla difesa dell’ambiente, disallineandosi dal catastrofismo del mondo progressista ma mantenendo un netto rigore nel confrontarsi con aspetti come la transizione green ed energetica, l’abbassamento delle emissioni e i relativi piani infrastrutturali.
Londra si dotò durante il mandato conservatore di Johnson di piste ciclabili, colonnine di ricarica per le macchine elettriche e, durante le olimpiadi del 2012, perfino di taxi a idrogeno. Fu un trionfo di pubblico che valse ai tories plausi bipartisan.
Queste misure, volte alla decongestione del traffico e alla riduzione e dei consumi, portarono il futuro Primo Ministro britannico ad imporsi sulla scena nazionale, vincendo per due volte le elezioni in una città con profonde simpatie laburiste e progressiste e in cui avrebbe trionfato nettamente anche il “remain” nella campagna della Brexit del 2016.
Lo stesso Johnson dichiarò prima del G20 che se non si fosse agito per il clima il crollo globale dell’Occidente sarebbe stato simile a quello dell’antica Roma, fu lapidario ai microfoni di “Repubblica” nell’affermare: “L’umanità, la civilizzazione, la società possono fare retromarcia molto facilmente. Dopo la sua caduta, a Roma si abbassò il livello di istruzione, le capacità costruttive(…). La stessa cosa può capitare a noi se non agiamo contro il cambiamento climatico, adesso. Perché consegneremmo ai figli, nipoti, generazioni successive un mondo che, a causa del surriscaldamento terrestre, sarà segnato da colossali migrazioni, mancanza di cibo e acqua, e molti altri conflitti. Per questo non possiamo perdere tempo: dobbiamo limitare l’aumento della temperatura terrestre a 1,5 gradi”.
Una riflessione che è tornata attuale anche nei giorni in cui Londra ha fronteggiato un’ondata di caldo record e in cui lo stesso ex Premier ha partecipato all’Energy Tech Summit 2026.
Nel suo intervento Johnson ha ribadito la necessità di insistere sul filone strategico del piano “British Energy Security Strategy”, concepito all’indomani dell’invasione dell’Ucraina e del conseguente shock sui mercati dell’eurozona.
Johnson insiste sulla transizione verde, l’abbassamento dei costi dell’energia e delle emissioni ma non disdegna il nucleare, con la ricerca sull’atomo fortemente incoraggiata dal Partito conservatore. La ratio, esportabile anche in altre realtà conservatrici, è quella del Nodal pricing, attraverso cui, diversificando le forniture, l’elettricità costa meno laddove si verifichi un’abbondanza nella produzione. Questo manterrebbe più stabili le fluttuazioni dovute a shock geopolitici e fattori esterni.
Durante l’evento non sono mancate stoccate alla controparte al di là dell’Atlantico: “Il prezzo delle materie prime è globale, come ha scoperto il Presidente Trump(…) Solo perché gli Stati Uniti producono tanto petrolio e gas, non vuol dire che non salgano i prezzi della benzina anche da loro con la chiusura di Hormuz”.
Una battuta in pieno stile Johnson che colpisce la strategia americana che da decenni spinge Washington a un utilizzo esclusivo di risorse petrolifere anche in caso di crisi che coinvolgono i partner più vicini del blocco Occidentale.
Gli States predicarono autonomia strategica e misero veti alle esportazione del petrolio con Nixon nel periodo dell’austerity imposta, della circolazione a targhe alterne, della crisi dell’OPEC dopo la guerra del Kippur del 1973 e da quel momento nulla è cambiato.
Il modello dei tories continua a fare scuola nella declinazione dell’ecologismo conservatore e la diversificazioni delle fonti a cui è implicitamente legato il modello del Nodal pricing dimostra come anche oltremanica la tradizione di un popolo si leghi alla sempre attuale lezione di Enrico Mattei.
Reagire per non perire, e per evitare il grande crollo dell’Occidente come fu per l’impero romano.





