
L’ecologia non vive di divieti: l’intervento a Trevi di Valentina Colucci Fabrizio
Permettetemi innanzitutto di rivolgere un saluto affettuoso e un ringraziamento speciale a Corrado Clini. È con lui che condividiamo l’impegno e la passione all’interno dell’associazione Ambiente d’Italia, una realtà nata proprio dall’esigenza di restituire equilibrio, competenza e senso di realtà al dibattito ambientale del nostro Paese.
Stasera ci confrontiamo su un tema ambizioso: “Raccontare il domani dell’economia verde: da Marrakech ad Antalya. Dieci anni di cambiamento climatico e crisi geopolitiche dal globale al locale.”
Nel titolo di questo incontro ci sono due coordinate geografiche e temporali che sintetizzano una vera e propria parabola storica.
Nel 2016 ci trovavamo a Marrakech, alla COP22. Quella era la stagione del grande entusiasmo dopo la firma dell’Accordo di Parigi. Si respirava l’idea che il mondo stesse imboccando una strada di cooperazione globale coesa, governata da target stringenti e da un’architettura regolatoria multilaterale.
Oggi, guardando verso Antalya e la regione del Mediterraneo — un’area geopoliticamente complessa ed epicentro dei mutamenti climatici — ci rendiamo conto di quanto quel quadro di partenza sia stato stravolto. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’esplosione di crisi geopolitiche drammatiche, guerre alle porte dell’Europa, colli di bottiglia nelle catene di fornitura e shock energetici che hanno imposto un duro bagno di realtà.
Ci siamo accorti, a nostre spese, che per troppo tempo si è raccontata una transizione ecologica fondata sull’ideologia più che sul realismo. Un approccio dogmatico, talvolta punitivo, che ha preteso di calare dall’alto regole e vincoli, dimenticando che l’ambiente non è un dogma astratto, ma la casa comune in cui vive e lavora l’uomo.
Ecco perché, con Ambiente d’Italia, rivendichiamo con forza la radice profonda di una ecologia conservatrice.
C’è una verità fondamentale che nel dibattito pubblico viene spesso dimenticata: non esiste ecologista più autentico di un conservatore. Perché “conservare” significa, nella sua accezione più genuina, custodire ciò che ci è stato affidato. Il paesaggio, la nostra terra, le risorse naturali non sono soltanto un’eredità da consumare, ma una responsabilità storica che abbiamo il dovere di trasmettere intatta e migliorata a chi verrà dopo di noi. È l’alleanza generazionale di cui ci parlava Roger Scruton.
Ma la nostra prospettiva si distingue chiaramente da un certo ambientalismo radicale: noi vogliamo difendere la natura con l’uomo dentro.
L’uomo non è un intruso sul pianeta, un fattore di disturbo da penalizzare. L’uomo è l’attore principale della tutela ambientale, il primo presidio del territorio. Non c’è tutela del paesaggio senza gli agricoltori che lavorano la terra, senza le imprese che innovano, senza le comunità locali che vivono ed esaltano i loro territori.
Per questo, la sostenibilità non può essere solo ambientale: deve camminare di pari passo con la sostenibilità economica e sociale. Se una misura ecologica distrugge l’industria, impoverisce i cittadini e desertifica il lavoro, non è sostenibilità: è autodistruzione.
La lezione di questo decennio ci insegna due principi irrinunciabili per il domani dell’economia verde:
Primo: evitare nuove dipendenze strategiche. Non possiamo commettere l’errore di liberarci dalla dipendenza dai fossili di alcuni Paesi per consegnarci mani e piedi alla dipendenza tecnologica e industriale di altri attori globali. La transizione green deve essere un fattore di sovranità e sicurezza, non di debolezza geopolitica.
Secondo: la neutralità tecnologica. Non spetta alla burocrazia o ai decreti stabilire a priori quale singola tecnologia debba vincere. Spetta alla ricerca, all’innovazione, al merito e alla libera iniziativa industriale indicare le soluzioni più efficienti per abbattere le emissioni preservando la competitività.
Dal globale al locale, il futuro dell’economia verde si gioca oggi sulla nostra capacità di adattamento e di pragmatismo. Significa investire sul territorio, promuovere le rinnovabili e le comunità energetiche, valorizzare l’economia circolare e la gestione efficiente delle risorse idriche e del suolo, senza paralizzare il tessuto delle nostre piccole e medie imprese.
Raccontare il domani, in conclusione, significa smettere di guardare alla transizione con gli occhiali dell’ideologia e iniziare a descriverla come ciò che deve essere: una grande opportunità industriale, culturale e sociale per l’Italia e per l’Europa.
La vera ecologia non si impone con i divieti, si costruisce con le persone.





