
Il capitale invisibile di Meloni: la reputazione che ha mosso il mercato dell’energia
A cura di Alessandro Maola
Una settimana fa il caro carburanti sembrava una partita da giocare tutta sul terreno delle accise. Oggi oltre metà della rete distributiva italiana applica un tetto ai prezzi, e la partita si è già spostata sulle bollette. Nessuna legge, nessun decreto, nessun prezzo imposto. Eppure il risultato è sotto gli occhi di tutti, e soprattutto alla pompa.
Vale la pena ricostruire come ci si è arrivati, perché in questa vicenda la forma conta quanto la sostanza.
Tutto comincia con Eni. Dal 28 settembre, nelle stazioni Enilive, il gasolio non supera i 2,19 euro al litro e la benzina gli 1,99, per trenta giorni prorogabili fino a fine anno. La mossa arriva mentre lo sconto sulle accise del gasolio viene dimezzato, da 12,2 a 6,1 centesimi al litro.
L’annuncio porta soltanto la firma dell’azienda: nessuna conferenza stampa congiunta, nessun ministro in prima fila. Il governo non appare. Ma c’è. Lo si intuisce dal tempismo, con il tetto ai prezzi arrivato proprio mentre si riduceva lo sconto sulle accise, e lo si capisce dal peso dell’azionista pubblico. Chi fa il mio mestiere lo sa: in comunicazione conta anche ciò che non si vede. Qui non serviva mostrarsi, bastava esserci.
Non è un vezzo, è governance. Eni, nata nel 1953 dalla visione di Enrico Mattei, oggi è una multinazionale quotata a Milano e a New York, in cui lo Stato, tramite MEF e Cassa Depositi e Prestiti, detiene circa il 33% del capitale. Abbastanza per un controllo stabile, non per dettare listini senza esporsi alle contestazioni degli azionisti privati. Tanto più che Enilive, la società che vende materialmente il carburante, ha in casa il fondo americano KKR con il 30%. Lo ha ricordato, con una formula che merita di essere incorniciata, il ministro Adolfo Urso: si tratta di società quotate, “partecipate dallo Stato ma non controllate”.
Poi la scena si allarga, e il governo esce allo scoperto. Non con un provvedimento, ma con un appello. Prima IP, controllata dall’azera Socar, annuncia le proprie misure sui prezzi. Quindi Q8, che fa capo al Kuwait, comunica un price cap per trenta giorni a partire dal primo ottobre, dichiarando nero su bianco di accogliere l’invito del governo italiano. Con il suo ingresso il tetto copre ormai più di 7.000 impianti, oltre la metà della rete nazionale.
Il passaggio decisivo, però, non si è giocato nei consigli di amministrazione. Le cronache riferiscono di contatti diplomatici avviati da Palazzo Chigi con le autorità del Kuwait, e la stessa presidente del Consiglio ha voluto ringraziare pubblicamente sia l’Azerbaigian sia il Kuwait. Sulla decisione di Q8 le sue parole sono state dirette: “Ringrazio il Kuwait e il gruppo che controlla gli impianti Q8 in Italia”, per aver risposto all’appello rivolto alle società energetiche.
È la moral suasion nella sua forma più pura: nessun obbligo, nessuna sanzione, solo la forza di una richiesta che nessuno ha interesse a ignorare. Da Praga, Giorgia Meloni ha riassunto la linea definendo l’azione dell’esecutivo come “un appello agli attori economici principali in Italia” perché facciano la loro parte a sostegno di famiglie e imprese.
Il secondo tempo si è giocato sulle bollette. Eni, attraverso Plenitude, ha annunciato dal primo ottobre uno sconto del 30% sui corrispettivi di luce e gas rispetto alla propria principale offerta a prezzo fisso, con prezzo bloccato per due anni, per chi aderisce entro il 24 ottobre. Il risparmio stimato per chi sottoscrive entrambe le forniture è di circa 200 euro l’anno.
Il ministro Urso ha subito auspicato che altri operatori seguano l’esempio, come era accaduto con il price cap sui carburanti. Lo schema, insomma, si ripete: un’azienda apre la strada, il governo incoraggia, il mercato è chiamato a rispondere. Senza obblighi, ma con un appello difficile da ignorare.
Resta da capire perché tutto questo abbia funzionato. La risposta, a mio avviso, non sta nella forza dello Stato azionista, che in IP e Q8 non ha alcun peso. Sta nella reputazione di chi ha lanciato l’appello.
La moral suasion è uno strumento che funziona solo nelle mani di chi è credibile. Un governo appeso a maggioranze ballerine può chiedere quanto vuole: gli interlocutori aspetteranno il successore. Un governo stabile, che a quasi quattro anni dal giuramento ha costruito rapporti solidi con i partner energetici, dal Golfo al Caucaso, può invece permettersi di chiedere e di essere ascoltato. Kuwait e Azerbaigian non hanno risposto a un decreto, ma a un interlocutore che considerano affidabile nel tempo.
In comunicazione lo sappiamo bene: la reputazione è un credito che si accumula nei periodi di calma e si spende nei momenti di crisi. Meloni l’ha accumulata con anni di coerenza in politica estera e di stabilità interna, e in questi giorni l’ha spesa con profitto. Il rendimento si misura in centesimi al litro e in euro risparmiati sulle bollette.
C’è anche un contrasto che non va trascurato. Mentre a Roma si ottengono risultati senza produrre una norma, a Bruxelles si continuano a produrre norme che i risultati li allontanano. Non a caso, proprio da Praga, Meloni e il premier ceco Babis hanno annunciato di voler arrivare al prossimo Consiglio europeo con una posizione comune su regole come l’ETS, il nuovo ETS2 e le norme sul metano, che secondo i due governi aggravano i costi per famiglie e imprese. Da una parte la regolazione, dall’altra la persuasione. I numeri di questa settimana dicono quale delle due ha funzionato meglio.
Nella comunicazione istituzionale la forma non è un dettaglio: è la sostanza che si fa vedere. Nei corridoi la convergenza tra governo e aziende può essere piena; sul palco i ruoli restano distinti. Le imprese decidono e firmano, il governo chiede e ringrazia. È così che si tutela il mercato a Piazza Affari e si evitano grane a Bruxelles, ottenendo comunque il risultato.
Mattei, che di equilibri tra Stato e mercato se ne intendeva, avrebbe apprezzato. Gli automobilisti, più prosaicamente, apprezzeranno il risparmio.




