
La sovranità energetica nuova frontiera della potenza nazionale
di Francesco Carbone
Ci sono decisioni politiche che non appartengono semplicemente alla cronaca di un governo, ma entrano a far parte della traiettoria storica di una Nazione. Decisioni che segnano un cambio di paradigma, che interrompono decenni di rinvii, di paure, di subalternità culturale e industriale. La scelta dell’Italia di tornare a investire con decisione nell’energia nucleare di nuova generazione appartiene, senza dubbio, a questa categoria.
Con l’avvio del Programma di Ricerca Nucleare promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, sotto la guida del Governo presieduto da Giorgia Meloni, il nostro Paese compie qualcosa che va ben oltre una semplice scelta energetica: compie un atto di riaffermazione nazionale.
Per troppo tempo l’Italia ha vissuto una contraddizione quasi umiliante. Una Nazione capace di esprimere eccellenze nella fisica, nell’ingegneria, nella ricerca, nell’automazione industriale, nella manifattura avanzata, eppure costretta a dipendere energeticamente da altri. Una potenza industriale che acquistava energia prodotta oltreconfine, spesso proprio da centrali nucleari installate a poche centinaia di chilometri dai nostri confini, mentre sul piano interno prevalevano paura, ideologia e immobilismo.
Abbiamo delegato ad altri una parte fondamentale della nostra sicurezza strategica. Abbiamo accettato che il costo dell’energia, e quindi una parte della nostra competitività industriale, fosse condizionato da equilibri geopolitici esterni, da crisi internazionali, da conflitti, da decisioni prese altrove. In altre parole, abbiamo accettato una forma silenziosa di dipendenza.
La storia recente ci ha però insegnato che le grandi crisi accelerano inevitabilmente i processi storici. È accaduto con la pandemia da COVID-19, che in pochi mesi ha trasformato digitalizzazione, smart working e comunicazione a distanza da semplici opportunità a necessità strategiche. Oggi le tensioni geopolitiche, la fragilità degli approvvigionamenti e la guerra economica globale stanno producendo lo stesso effetto sul tema energetico: stanno imponendo alle nazioni serie di ripensare radicalmente il concetto stesso di autonomia.
Ed è qui che si misura la qualità di una classe dirigente.
Scegliere oggi di investire nel nucleare di nuova generazione non produce consenso immediato, non garantisce titoli facili, non porta risultati elettorali nel giro di pochi mesi. Significa, al contrario, assumersi la responsabilità di una visione che richiederà almeno un decennio per dispiegare pienamente i propri effetti. Significa seminare oggi per raccogliere domani. Significa fare politica nel senso più alto del termine.
Per questo il percorso intrapreso dal Governo Meloni merita di essere riconosciuto come un autentico atto di coraggio nazionale.
Il lavoro affidato a ENEA, al Consiglio Nazionale delle Ricerche e al Consorzio RFX, con investimenti sui reattori modulari SMR, sugli AMR di quarta generazione, sulla fusione nucleare, sulla formazione di nuove competenze e sul rafforzamento delle infrastrutture scientifiche nazionali, non rappresenta semplicemente una politica energetica. Rappresenta una politica di potenza.
Perché l’energia, nel XXI secolo, è ciò che il controllo delle rotte marittime era per gli imperi del passato: una condizione necessaria per esercitare indipendenza, prosperità e influenza.
Una Nazione che non controlla la propria energia non controlla realmente la propria economia. Una Nazione che non controlla la propria economia non controlla la propria industria. E una Nazione che non controlla la propria industria, prima o poi, finisce per non controllare nemmeno il proprio destino.
L’Italia possiede tutte le competenze per tornare protagonista: università, centri di ricerca, imprese, filiere tecnologiche, capacità manifatturiera, capitale umano. Ciò che per anni è mancato non è stata la competenza. È stata la volontà politica.
Oggi quella volontà sembra finalmente essere tornata.
E forse è proprio questo il dato più importante.
L’Italia non sta semplicemente tornando al nucleare.
L’Italia sta tornando a pensarsi come Nazione.





