
Medio Oriente, il conflitto minaccia perenne alla sicurezza energetica
di Alarico Lazzaro
La guerra che coinvolge Israele, Iran e Stati Uniti ha riportato al centro del dibattito pubblico la consapevolezza di un mondo interconnesso sia dal punto di vista politico che economico.
Fu il filosofo francese Frédéric Bastiat, tra i più illustri pensatori del XIX secolo, a sintetizzare tali interconnessioni che uniscono sfera dei commerci e militari con la celebre locuzione “dove passano le merci, non passano gli eserciti”.
Oggi il Medio Oriente in fiamme evidenzia snodi strategici che legano mondi differenti, come un monito perenne sulla sicurezza energetica, il secondo dopo lo shock che seguì l’invasione dell’Ucraina a opera della Russia nel 2022.
Dallo Stretto di Hormuz, che ha visto il primo grande “muro europeo” di natura strategica in antitesi al piano di Donald Trump, passa circa un quinto del petrolio mondiale.
Parliamo di una porta di approvvigionamento su cui i grandi imperi si contendono il predominio energetico di un mondo multipolare.
In tali scenari bellici il prezzo del greggio è salito del 40% dal giorno dei primi raid su Teheran e le rassicurazioni dell’EA sull’impiego delle riserve strategiche non sono state sufficienti a rassicurare i mercati.
Il conseguente aumento dei prezzi di una risorsa di cui gli Stati Uniti dispongono in larga quantità nei propri depositi, a fronte di un’Europa sprovvista deve essere uno spunto di riflessione (e successivamente d’azione) per investire in infrastrutture energetiche e fonti alternative.
Non è la prima volta che gli scenari mediorientali portano l’Italia a fronteggiare una crisi di natura energetica.
Nel 1973 dopo l’inizio della guerra dello Yom Kippur i paesi della lega araba limitarono le vendite sul petrolio e imposero un aumento netto di prezzo a tutti i partner di Israele e del blocco occidentale.
L’Europa pagò a caro presso l’embargo, mentre gli Stati Uniti di Nixon difesero le proprie riserve ponendo veti all’export verso i partner del Vecchio Continente.
Il governo guidato da Mariano Rumor emanò un decreto passato alla storia come l’insieme dei provvedimenti da “Austerity”.
I fantasmi della circolazione a targhe alterne e dei risparmi su luce ed energia che l’Italia fronteggiò dinnanzi all’embargo petrolifero rappresentano ancora oggi l’emblematica rappresentazione di una troppo stringente dipendenza occidentale dal petrolio mediorientale.
Durante i venti di guerra del 2026 il Climate Risk Navigator pubblicato da Morningstar DBRS ha analizzato il conflitto mediorientale dal punto di vista dell’ambiente e dell’energia, evidenziando alcuni capisaldi su cui imbastire la risposta dei paesi europei alla crisi.
La prima necessità è la ricerca di una strategia energetica che risponda a necessità di lungo termine, che sia indipendente dalle fluttuazioni di natura bellica e sia di natura “climate friendly”.
L’Europa avrebbe così l’opportunità di diventare gigante politico reagendo a conflitti che la penalizzano e rivalorizzando il Mediterraneo come cerniera tra Occidente e Oriente.
Questo significherebbe riavvicinare diplomaticamente Paesi come Turchia, Italia, Grecia ed Egitto su strategie difensive comuni e dare continuità alla strategia che il Governo Meloni meditava in Africa con il Piano Mattei per gli hub energetici di cui godrebbe tutto il Vecchio Continente.
I venti di guerra che hanno legato Kiev a Teheran negli ultimi quattro anni confermano la necessità di riflessioni geopolitiche ben più profonde rispetto alle tradizionali alleanze.
Il veto europeo per eventuali sortite militari nello Stretto di Hormuz dimostra come si possano trasformare le emergenze in opportunità.
È da tale pragmatismo che è necessario imbastire un piano di sicurezza e approvvigionamento energetico dei popoli europei.





