Il Green Deal e quelle ombre sui finanziamenti Ue alle Ong

di Francesca Fava

Negli ultimi mesi Bruxelles è stata attraversata da una polemica destinata a lasciare il segno nel dibattito politico europeo.  Al centro della controversia vi sono i finanziamenti erogati dalla Commissione Europea a numerose Organizzazioni non Governative (ONG) e il sospetto che una parte di queste risorse sia stata utilizzata per influenzare il processo decisionale delle istituzioni comunitarie. La questione è emersa con forza dopo le denunce di diversi eurodeputati e l’apertura di approfondimenti parlamentari sui fondi destinati alle ONG attraverso vari programmi europei, tra cui il programma LIFE.

Secondo i critici, alcune organizzazioni avrebbero ricevuto risorse pubbliche non soltanto per attività di ricerca, sensibilizzazione o tutela ambientale, ma anche per esercitare pressioni politiche a sostegno di specifiche iniziative legislative della Commissione, in particolare quelle collegate al Green Deal europeo.
La vicenda ha assunto una rilevanza ancora maggiore perché coinvolge uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea: il Principio di Trasparenza. Se da un lato è normale che la società civile partecipi al dibattito pubblico e contribuisca alla formazione delle politiche comunitarie, dall’altro cresce il timore che fondi provenienti dai contribuenti europei possano essere utilizzati per sostenere campagne di pressione rivolte alle stesse istituzioni che erogano quei finanziamenti.

La Commissione Europea ha respinto l’accusa di aver organizzato una rete di lobbying “pilotata”, sottolineando che i finanziamenti, si parla di almeno 7 miliardi di euro, siano stati assegnati attraverso procedure regolari e programmi pubblici approvati dagli Stati membri e dal Parlamento Europeo. Tuttavia, lo stesso Commissario al Bilancio Piotr Serafin ha riconosciuto che alcuni meccanismi utilizzati in passato possono essere stati inopportuni e che è necessario evitare che i fondi europei vengano impiegati per esercitare pressioni dirette su eurodeputati e funzionari comunitari.

Nel frattempo il Parlamento Europeo ha intensificato il controllo sui rapporti tra istituzioni e organizzazioni non governative. Diverse risoluzioni chiedono una maggiore trasparenza nell’assegnazione dei finanziamenti, la pubblicazione dettagliata degli obiettivi dei progetti e controlli più rigorosi sull’utilizzo delle risorse pubbliche. In alcuni casi è stato persino richiesto di interrompere il sostegno economico a quelle organizzazioni considerate impegnate in attività di lobbying politico particolarmente aggressive.

La vicenda pone una domanda destinata a rimanere centrale nel futuro dell’Unione: fino a che punto è legittimo finanziare la partecipazione della società civile al processo democratico senza trasformare tale sostegno in uno strumento di influenza politica?
Per i sostenitori delle ONG, il finanziamento pubblico rappresenta un modo per bilanciare il peso delle grandi lobby industriali e garantire che anche associazioni ambientaliste, sociali e civiche possano far sentire la propria voce nei palazzi europei. Per i critici, invece, il rischio è quello di creare un circuito chiuso nel quale la Commissione finanzia soggetti che poi promuovono le stesse politiche elaborate dalla Commissione stessa.
In un’epoca in cui la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è messa continuamente alla prova, ogni euro speso deve poter essere tracciato, verificato e giustificato. Solo così Bruxelles potrà evitare che il sospetto di conflitti d’interesse finisca per indebolire la credibilità delle sue politiche e delle sue istituzioni.