La bolletta dell’Europa: il costo invisibile che soffoca l’industria italiana

di Noà Bentura

 

La CO₂, in teoria, dovrebbe essere il prezzo da pagare per inquinare e quindi spingere imprese e produttori a investire in tecnologie più pulite. In pratica, per l’industria italiana sta diventando anche altro: un costo che entra nelle bollette elettriche, si somma ai limiti nazionali del nostro mix energetico e finisce per assomigliare a una tassa nascosta.

Il punto è semplice. Nel mercato elettrico europeo il prezzo spesso si forma sull’ultima centrale necessaria per coprire la domanda, che in molte ore è una centrale a gas. Se quella centrale deve comprare quote ETS per emettere CO₂, quel costo si trasferisce sul prezzo finale dell’elettricità. Così il rincaro non resta confinato a chi emette davvero di più: si scarica su tutto il sistema e quindi anche sulle fabbriche che consumano energia. La stessa Commissione Europea riconosce l’esistenza di questi “costi indiretti ETS”, cioè dei costi della CO₂ passati nelle bollette elettriche.

I numeri spiegano bene il problema. Nel 2025 il prezzo medio all’ingrosso in Italia è stato di 115,9 euro per megawattora. In Francia si è fermato a 61,1 euro, in Spagna a 65,3, in Germania a 89,3. Nei primi quattro mesi del 2026 il divario è rimasto enorme: circa 127,5 euro in Italia, contro 62,6 in Francia, 43,1 in Spagna e 96,1 in Germania. Tradotto: per molti mesi abbiamo pagato il doppio della Francia e quasi il triplo della Spagna.

Qui nasce l’accusa di “tassa occulta”. Formalmente non è un’imposta scritta in bolletta con una voce dedicata. Ma l’effetto economico è simile: un costo regolatorio deciso a livello europeo entra nel prezzo dell’energia e pesa sulla competitività di chi produce in Italia. Un impianto energivoro che consumi 100 gigawattora l’anno, con un differenziale di circa 65 euro per megawattora rispetto alla Francia, sopporta un extracosto potenziale di oltre 6 milioni di euro l’anno. Per la ceramica l’energia pesa circa un quinto del costo di produzione; per la carta, secondo Assocarta, l’ETS vale ormai il 4% del fatturato.

Il governo ha provato a intervenire con l’articolo 6 del DL Bollette, prevedendo dal 2027 un rimborso ai produttori termoelettrici legato anche al costo ETS, a condizione che il beneficio si trasferisca nelle offerte sul mercato. Ma la stessa norma dice che questa parte non può partire senza il via libera della Commissione Europea. Ed è qui che il braccio di ferro con Bruxelles si complica: l’UE negli ultimi mesi ha sì allargato gli aiuti ai settori industriali esposti, ma dentro schemi mirati a sostenere i grandi consumatori e la decarbonizzazione, non con un via libera esplicito alla neutralizzazione del costo del CO₂ nelle centrali a gas.

Chi difende la linea europea ricorda che il prezzo della CO₂ serve proprio a rendere convenienti rinnovabili, efficienza e innovazione. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che l’Europa riconosce il rischio di fuga industriale: non a caso consente aiuti per compensare i costi indiretti ETS ai settori più esposti. Il punto, allora, non è abolire il prezzo del carbonio. È evitare che diventi un moltiplicatore permanente del divario italiano.

Per questo la questione non riguarda solo i bilanci delle imprese, ma l’intera politica industriale. Ceramica, carta, chimica e acciaio vivono già con margini compressi, concorrenza estera e domanda debole. Se alla transizione verde si associa un’energia strutturalmente più cara che altrove, il rischio è spingere fuori mercato proprio chi dovrebbe investire per decarbonizzare. E allora la “tassa occulta” smette di essere uno slogan: diventa un problema concreto di salari, investimenti e tenuta produttiva.