
Ecologia umanista, il manifesto verde dei conservatori
di Valentina Osto
Per troppo tempo la questione ambientale è stata abbandonata alla sinistra, che ne ha fatto uno strumento ideologico per imporre trasformazioni economiche e sociali radicali attraverso la scorciatoia dell’emergenza climatica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Green Deal europeo che ha penalizzato le imprese, devastato intere filiere produttive, scaricato costi insostenibili sulle famiglie e sulle comunità rurali, senza peraltro risolvere nulla sul piano ambientale concreto.
Oggi qualcosa cambia. Il 19 giugno, presso la sede della Stampa Estera a Palazzo Grazioli, il think tank Shared Ground presenta “Ecologia Umanista”, il volume curato da Francesco Giubilei e pubblicato da Historica che raccoglie un anno di lavoro attorno all’idea che la salvaguardia del territorio è prettamente conservatrice. Grande partecipazione con la presenza in sala anche del Ministro Nello Musumeci e del già Ministro Corrado Clini.
Il filo conduttore dei panel della giornata è dunque la ripresa del tema dell’ecologia come patrimonio da conservare e proteggere in un discorso intergenerazionale, e non come una guerra persa in partenza.
Ad aprire il primo panel è stato il direttore politico del think tank, Thibault Muzergues, che sottolinea che per troppi anni il centrodestra ha abbandonato il tema ambientale alla sinistra, limitandosi ad una posizione critica. “Essere green è ad oggi sinonimo di essere di sinistra”, ha detto senza giri di parole, ricordando come nel 2019 un’ondata verde abbia consegnato alla sinistra europea il carburante per imporre il Green Deal. Il risultato è noto: un apparato normativo calato dall’alto, punitivo, ideologico, che ha colpito imprese, famiglie e filiere produttive senza costruire alcun consenso reale nei territori.
Il messaggio di Muzergues è chiaro e si connette allo storico impegno conservatore in ambiti ambientali: “L’ecologia è prima di tutto un tema di centrodestra. Siamo stati noi troppo spesso ad abbandonarla”. I parchi nazionali li hanno istituiti i conservatori, da Ulysses Grant a Theodore Roosevelt, da De Gaulle in poi. E fu Margaret Thatcher la prima al mondo ad avvertire pubblicamente sui rischi del cambiamento climatico, senza ideologia e senza catastrofismo. Dunque, la storia insegna che la correlazione tra centro-destra e ambientalismo è sempre esistita, e ora la volontà di rimetterla al centro dell’attenzione è ben presente.
Punti di forza ribaditi anche negli interventi della tavola rotonda “La maggioranza per l’ecologia” moderata dalla Presidente della Sustainable Fashion Innovation Society Valeria Mangani e in cui sono intervenuti il Presidente della Commissione cultura della Camera Federico Mollicone, il responsabile energia di Forza Italia Luca Squeri, il responsabile ambiente ed energia della Lega Vincenzo Pepe.
Il manifesto nasce esattamente da questa consapevolezza. Nove mesi di lavoro del think tank Shared Ground hanno delineato una politica ambientale autenticamente conservatrice, radicata nel localismo, nella sicurezza energetica, nella gradualità della transizione, nella difesa delle comunità e nel patto tra generazioni. Non un’alternativa costruita in opposizione alla sinistra, ma una proposta che affonda le radici nei valori propri della destra.
È Nicola Procaccini, europarlamentare di FdI e co-presidente del gruppo ECR al Parlamento europeo, a criticare le politiche intraprese dall’UE; l’ambientalismo di Bruxelles esplicato nelle objectives del Green Deal non è altro che “un surrogato di un’ideologia sconfitta nel secolo scorso”: un socialismo travestito da ecologismo, centralista, dirigista, sanzionatorio.
“L’ecologismo è capace di chiudere il cerchio, non accade con quello della sinistra. Troppe cose non collimano, non permettono di disegnare un quadro completo. Questa non è un’attività collaterale della politica, ma centrale”. La mancanza di pragmatismo e la visione ideologica che spesso sposta l’attenzione a temi lontani è un carattere critico dell’attuale ambientalismo di sinistra: “Diffido di chi si dice ambientalista perché si preoccupa di ciò che accade dall’altra parte del pianeta, ma si disinteressa di ciò che accade fuori dalla propria porta, nel proprio quartiere, nella propria nazione” ha ribadito il Co-Presidente dell’ECR Group.
La conclusione di Procaccini suona come una dichiarazione di guerra culturale: “In questi anni abbiamo perso la battaglia. Ma possiamo ancora vincere la guerra”. La guerra che definisce “buona”, quella della conservazione di ciò che è bello, di ciò che ci ha preceduto e che dobbiamo trasmettere a chi verrà dopo.
Il panel a seguire cerca di tradurre le premesse teoriche del primo in proposte concrete, come sottolineato dal moderatore della tavola rotonda “La nuova destra cura la cultura” il Prof. Massimiliano Atelli.
Francesco Giubilei, curatore del manifesto, ha subito puntualizzato che questo libro non è un punto di arrivo, ma di partenza. L’orizzonte esplicito sono le elezioni politiche del 2027, con l’auspicio che un nuovo governo di centrodestra possa adottare le proposte che vi sono contenute.
Giubilei affronta poi il nodo della libertà come principio operativo, non solo retorico. La differenza tra un’ecologia conservatrice e quella progressista non sta soltanto nei valori, ma nel metodo: incentivare i comportamenti virtuosi invece di sanzionare quelli non graditi, distaccandosi dalla linea strettamente normativa/punitiva di Bruxelles. “Se un’impresa decide di investire per migliorare la propria classe energetica, incentiviamo quel comportamento”, ha detto. L’approccio dall’alto verso il basso non è solo inefficace, è classista. “L’ambientalismo ideologico della sinistra è un ambientalismo che si può permettere solo chi ha determinate capacità economiche”.
Michele Vitiello, segretario generale del World Energy Council Italia, ha portato al tavolo la prospettiva tecnica, la cui complessità derica dalla necessità di bilanciare l’accessibilità economica, sostenibilità ambientale e sicurezza energetica. Tre variabili che devono essere considerate insieme, non gerarchicamente. “Non esistono tecnologie di destra o di sinistra”, aggiunge con nettezza e lanciando una provocazione culturale: “circa il 60% degli italiani non sa cosa significhi ESG, un acronimo che nei convegni viene usato come pane quotidiano. C’è un mondo là fuori che consuma energia e va a votare, che non ci ha compreso fino in fondo. La sfida è uscire dalla bolla degli addetti ai lavori e raccontare la transizione con le parole della vita quotidiana”.
Valentina Colucci Fabrizio, sul tema dell’economia circolare, ha riportato il ragionamento alla concretezza del sistema produttivo italiano. L’Italia, ha ricordato, è già una potenza nell’economia circolare: le nostre imprese sanno come riutilizzare, come dare una seconda vita alle materie, come fare economia dagli scarti. Il problema non è la capacità, è il quadro normativo che la soffoca. “Siamo diventati una potenza normativa, ma ci siamo dimenticati di essere una potenza industriale”. Meno burocrazia, regole snelle, incentivi strutturati renderebbero efficiente la competitività sul mercato e in equilibrio con i principi ecologisti.
Il tema centrale di questa giornata concerne il fatto che la destra ha i mezzi culturali e la tradizione storica per poter rendere realtà le proposte presentate nel manifesto di Shared Ground, che ha dato il via a una ripresa della destra dell’ambito ecologico secondo delle linee conservatrici ben precise, come sottolineato in chiusura da Ildebrando Panfili.
Sul fronte ambientale il domani appartiene ai conservatori.





