L’energia non è soltanto una questione ambientale

A cura di Kevin Guarino

Il sì del Senato al nucleare riporta l’Italia davanti a una questione che non può più essere affrontata soltanto attraverso la contrapposizione tra fonti rinnovabili e fonti tradizionali. La vera domanda è un’altra: quanto siamo disposti a considerare l’energia una componente strategica dell’interesse nazionale?

La questione diventa particolarmente evidente se si guarda all’idroelettrico. La recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito che la produzione di energia elettrica costituisce produzione di un bene e non, di per sé, una prestazione di servizi. Dietro una questione apparentemente tecnica, legata alla direttiva Bolkestein e alle concessioni, emerge però un dato più ampio: produrre energia significa intervenire su una risorsa che ha un valore economico e strategico per un intero Paese.

L’idroelettrico italiano non ha più il peso che aveva in passato, ma sarebbe un errore considerarlo per questo irrilevante. In un momento segnato da tensioni geopolitiche e dalla crescente necessità di garantire l’autonomia degli approvvigionamenti, ogni capacità nazionale di produzione energetica assume un valore che va oltre la semplice quantità di elettricità prodotta.

Ed è proprio qui che il ritorno del nucleare acquista un significato particolare. Se l’energia viene considerata una questione di sicurezza nazionale, non è sufficiente chiedersi quale sia la fonte più conveniente o più sostenibile presa isolatamente. Occorre costruire un sistema capace di diversificare le proprie fonti e ridurre le proprie vulnerabilità.

Le rinnovabili rimangono indispensabili. Ma un Paese non può programmare la propria sicurezza energetica ignorando i limiti e le caratteristiche delle singole fonti. Il nucleare può inserirsi in questo quadro come una fonte programmabile, capace di fornire elettricità con continuità e di affiancare quelle rinnovabili la cui produzione è maggiormente legata alle condizioni naturali.

La questione non riguarda soltanto il presente. Richiede anche di guardare alle scelte compiute dagli altri Paesi europei. La Francia, significativamente, non si è limitata a difendere la propria produzione nucleare: di fronte alla sua rilevanza strategica ha rimesso in discussione persino il tradizionale modello giuridico delle concessioni, orientandosi verso quello delle autorizzazioni. È un segnale importante: quando un settore viene considerato essenziale per la sicurezza e l’autonomia nazionale, anche le regole che lo disciplinano possono essere ripensate.

Per l’Italia questo dovrebbe rappresentare uno stimolo a interrogarsi sulle scelte compiute negli ultimi anni, anche alla luce degli impegni assunti con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. La politica energetica non può essere costruita attraverso decisioni isolate o attraverso il dibattito ideologico su una singola tecnologia. Deve essere inserita in una strategia di lungo periodo.

Il ritorno del nucleare, allora, può essere letto proprio in questa prospettiva. Non come un abbandono delle rinnovabili e neppure come la soluzione a ogni problema energetico, ma come la possibilità di ampliare gli strumenti a disposizione dell’Italia. Più fonti significa maggiore diversificazione; maggiore diversificazione significa, potenzialmente, maggiore capacità di affrontare crisi e dipendenze esterne.