
La “nuova” sovranità energetica europea
di Giacomo Galli
Per oltre due decenni il modello economico europeo si è fondato su un equilibrio tanto efficace quanto fragile: sicurezza militare garantita dagli Stati Uniti, accesso ai mercati globali e disponibilità di energia russa a basso costo. Un sistema che ha consentito all’industria europea, in particolare a quella tedesca, di mantenere elevata competitività internazionale pur in presenza di standard ambientali, salariali e sociali tra i più alti al mondo.
La guerra in Ucraina ha però incrinato questa architettura. Nel giro di pochi mesi, l’energia è tornata a essere uno strumento di pressione geopolitica e l’Europa si è trovata costretta a ridefinire rapidamente il proprio approvvigionamento energetico. La domanda, oggi, non è più soltanto energetica. È politica, industriale e strategica: il modello economico europeo può realmente sopravvivere senza il gas russo a basso costo?
Prima del 2022, circa il 45% del gas importato dall’Unione europea proveniva dalla Russia. Un dato che non rappresentava semplicemente una vulnerabilità strategica, ma uno dei pilastri della competitività industriale continentale. Attraverso infrastrutture come il Nord Stream, Mosca garantiva forniture energetiche relativamente economiche e stabili a economie fortemente industrializzate come quella tedesca. Settori energivori fondamentali, dalla chimica alla siderurgia fino all’automotive, hanno prosperato per anni anche grazie a questa disponibilità di energia a basso costo.
L’Europa aveva progressivamente costruito la propria globalizzazione su un presupposto preciso: l’interdipendenza economica avrebbe ridotto il rischio di conflitto politico. Era la convinzione, maturata soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda, secondo cui commercio, integrazione economica e mercati globali avrebbero progressivamente neutralizzato la logica della potenza. La guerra in Ucraina ha dimostrato invece che la geopolitica non era affatto scomparsa, ma era semplicemente rimasta sullo sfondo.
Dopo il 2022, Bruxelles ha dimostrato che la sostituzione del gas russo fosse tecnicamente possibile. Attraverso il piano REPowerEU, l’Unione europea ha accelerato la diversificazione energetica aumentando le importazioni di gas naturale liquefatto, rafforzando gli stoccaggi e riducendo i consumi. Nel giro di due anni, la quota di gas russo nelle importazioni europee è scesa drasticamente, sostituita soprattutto dal GNL proveniente dagli Stati Uniti, oltre che da maggiori forniture di Norvegia, Algeria e Qatar.
Tuttavia, la sostituzione non è stata neutrale dal punto di vista economico. L’aumento dei prezzi energetici ha colpito duramente il sistema industriale europeo, alimentando inflazione, rallentamento produttivo e perdita di competitività internazionale. In diversi settori, molte imprese hanno iniziato a guardare con interesse agli Stati Uniti, favoriti da costi energetici inferiori e da una politica industriale aggressiva sostenuta dagli incentivi dell’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Joe Biden.
La crisi energetica ha così accelerato un processo più ampio: la fine della globalizzazione “neutrale” e il ritorno della geopolitica economica. Energia, tecnologia, materie prime e catene del valore non sono più semplici variabili economiche, ma strumenti strategici della competizione internazionale.
In questo scenario, però, l’Italia potrebbe trasformare una crisi in opportunità. A differenza della Germania, Roma non aveva costruito la propria intera architettura industriale su una dipendenza esclusiva dal gas russo. Negli ultimi anni, inoltre, l’Italia ha rafforzato i rapporti energetici con il Nord Africa e il Mediterraneo, rilanciando il proprio ruolo geopolitico come hub energetico europeo. Il rafforzamento delle relazioni con Algeria e altri partner mediterranei non rappresenta soltanto una scelta economica, ma una strategia geopolitica destinata ad accrescere il peso italiano nel nuovo equilibrio energetico europeo.
Ma soprattutto, la crisi ha riaperto nel dibattito nazionale una questione rimasta per anni quasi tabù: quella del nucleare. Per molto tempo il tema dell’energia nucleare è stato affrontato in Italia più sul piano emotivo che su quello strategico. Oggi, però, il contesto internazionale sta cambiando radicalmente. Le grandi potenze industriali stanno tornando a investire nel nucleare perché garantisce stabilità energetica, continuità produttiva e riduzione delle emissioni. In altre parole, rappresenta uno dei pochi strumenti realmente in grado di conciliare autonomia strategica, competitività industriale e transizione ecologica.
La scelta del governo guidato da Giorgia Meloni di riaprire il dibattito sul nucleare di nuova generazione e sui piccoli reattori modulari appare quindi coerente con le trasformazioni geopolitiche in corso. Non si tratta semplicemente di una questione energetica, ma di una scelta che riguarda il ruolo futuro dell’Italia nel sistema europeo. Un Paese privo di autonomia energetica rischia inevitabilmente di essere più fragile economicamente e meno influente politicamente. Al contrario, investire in un mix energetico stabile, diversificato e tecnologicamente avanzato significa rafforzare la sovranità industriale nazionale e creare le condizioni per una crescita di lungo periodo.
La crisi energetica ha inoltre prodotto una trasformazione politica spesso sottovalutata: il ritorno dello Stato come attore economico strategico. Politiche industriali, investimenti infrastrutturali e pianificazione energetica stanno ridefinendo il rapporto tra mercato e istituzioni. Per anni l’Europa ha dato quasi per scontata la sicurezza economica garantita dalla globalizzazione. Oggi, invece, energia, industria e tecnologia tornano a essere elementi centrali della sovranità nazionale ed europea.
L’energia russa a basso costo non era semplicemente una commodity conveniente. Era uno dei pilastri invisibili della competitività europea. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto possa essere rischioso costruire la prosperità economica su dipendenze strategiche esterne. Ma le crisi, nella storia, sono spesso anche acceleratori di trasformazione.
L’Europa ha oggi l’occasione di ripensare il proprio modello di sviluppo puntando su autonomia energetica, politica industriale e innovazione tecnologica. E l’Italia, grazie alla sua posizione geografica, alla centralità mediterranea e al ritorno di una visione strategica sul tema energetico, potrebbe giocare un ruolo molto più importante di quanto abbia fatto negli ultimi decenni. Il ritorno del nucleare e una nuova attenzione alla sovranità industriale indicano una direzione chiara: costruire un’Europa meno dipendente, più resiliente e finalmente consapevole che la potenza economica non può esistere senza sicurezza strategica.





